domenica 24 settembre 2017

TUTTI INSIEME APPASSIONATAMENTE

(The sound of music di Robert Wise, 1965)

A volte l'incontro di più caratteristiche, in maniera del tutto olistica e per alcuni versi difficilmente comprensibile, si rivela più riuscito della somma delle singole parti. È quel che è indubbiamente successo al film Tutti insieme appassionatamente, pellicola della Hollywood dei 60 capace di creare introiti per più di duecentottantacinque milioni di dollari a fronte di una spesa di circa otto, una scommessa vincente che ha pagato più di trentacinque volte la posta, e parliamo di cifre da capogiro. Eppure i singoli elementi in ballo sono di quelli che a molti fanno storcere il naso: il genere musicale, un approccio familista, la fiera dei buoni sentimenti, lo scenario storico in periodo seconda guerra mondiale con tanto di minaccia nazista, la storia d'amore, paesaggi da cartolina (splendidi), l'empatia chiesta allo spettatore puntando sulla tenerezza suscitata da ragazzi e bambini protagonisti del film e un'interprete di grido, Julie Andrews, fresca reduce dal successo di Mary Poppins.

Proprio quest'ultima è indubbiamente la chiave del successo di un film che con un'altra protagonista avrebbe rischiato la caduta verso l'abisso della noia, i numeri musicali nei quali è presente la Andrews sono sempre godibili e giustificano la visione di un film onestamente troppo lungo e che andrebbe visto in lingua originale. Quasi tutti i passaggi musicali dove non compare Maria (Julie Andrews) sembrano superflui, con ogni probabilità non aiuta la scelta di doppiare tutti i pezzi in italiano, magari in versione sottotitolata con brani originali si sarebbe potuto apprezzare qualcosa in più, non avendo avuto modo di vedere il film in lingua però non garantisco nulla. Sconsigliata invece la visione televisiva per un film che interrotto anche dalla pubblicità raggiunge tempi di visione sfiancanti.

Alla regia Robert Wise, nome oggi poco conosciuto se non tra le fila dei cinefili appassionati, professionista duttile che ha lasciato buoni segni in diversi ambiti: nella fantascienza (Ultimatum alla Terra), nello stesso musical (West Side Story) e anche nel mondo geek in quanto direttore del primo film cinematografico della saga di Star Trek.


Maria è una novizia devota ma dal temperamento un po' esuberante, le sue superiori nel convento di Salisburgo hanno opinioni diverse sul suo conto, non tutte sono convinte che la strada giusta per la giovane sia quella di entrare nell'ordine. Per metterla alla prova la mandano presso la famiglia Von Trapp in qualità di istitutrice dei sette figli del Comandante Von Trapp (Christopher Plummer). L'approccio è quello risaputo: bambini che fino ad allora avevano avuto problemi con qualsiasi istitutrice in seguito alla scomparsa della madre, un padre anaffettivo col pallino della disciplina, il nuovo arrivo che entrerà nel cuore dei bimbi e farà innamorare di sé il protagonista maschile, il terzo incomodo (la baronessa Elsa interpretata da Eleanor Parker), la minaccia incombente qui rappresentata dal nazismo. Tutto segue lo schema, spezzato dai numeri musicali e dal fatto che qui l'istitutrice sarebbe una futura suora che oltre che con il suo cuore deve fare i conti anche col Padreterno.

Film musicale perfetto per ripetuti passaggi natalizi (cosa che effettivamente accade) e che risulterebbe inappuntabile se sforbiciato di una buona mezz'ora almeno, poi a mio parere il musical è Gene Kelly e qui siamo un poco distanti proprio nell'approccio alla materia, ma questo è un altro discorso, ciò non toglie che per molti versi il film possa risultare ben più che piacevole, lo sta a dimostrare anche l'enorme successo riscosso dalla pellicola e le diverse statuette portate a casa da Tutti insieme appassionatamente alla notte degli Oscar, premio per il miglior film compreso. Visione spensierata che almeno una volta nella vita... magari proprio a Natale.

giovedì 21 settembre 2017

L'ISOLA MISTERIOSA

(di Tiziano Sclavi e Carlo Ambrosini)

Dopo l'episodio Canale 666 è ancora una volta Carlo Ambrosini a dare corpo su carta agli incubi partoriti da Tiziano Sclavi, sconfinando dai territori horror in quelli del fantastico senza rinunciare al piglio citazionista tanto caro all'ideatore della serie. L'omaggio lampante questa volta è tutto per il classico L'isola del Dottor Moreau, romanzo di H. G. Welles pubblicato nel 1896.

Anche L'isola misteriosa si rivela in fin dei conti un buon episodio, si adagia forse su espedienti abusati quali l'oggetto alieno che scombina la realtà, la sperimentazione venuta dall'alto, l'omaggio letterario, tutti elementi però ben mescolati nel noto e sempre valido calderone del fanta-horror. Probabilmente non ci sono punti d'innovazione o grandi chiavi di lettura, tornano però l'avversione per i viaggi in mare di Dylan, la bella Robin e ovviamente l'impossibile.

Dopo alcune pagine introduttive, è proprio il viaggio in mare verso l'isola di Egg a scombussolare il nostro Dylan, dopo le prime avvisaglie di anormalità quotidiana (almeno per il protagonista), un piccolo incidente porta l'indagatore direttamente dal medico della piccola isola che dopo averlo rimesso in piedi si offrirà di accompagnarlo a Moreau, luogo dove Dylan dovrà incontrare il suo nuovo cliente, un certo Lancaster. Qui Ambrosini rende al meglio il tetrissimo castello arroccato su un'altura del quale il sig. Lancaster è proprietario, sembra di essere dalle parti del Dracula di Stoker ma a tutti gli effetti, come dimostra anche il maggiordomo, si è proprio sull'isola del Dottor Moreau. Qui Dylan Dog scopre il motivo del suo ingaggio, semplicemente, vista anche la cornice del luogo, Lancaster ha pensato di assumere l'indagatore per farsi uccidere, la rivelazione dei motivi dietro questa scelta è il nodo (qui neanche troppo approfondito) sul quale il lettore può soffermarsi a elucubrare un pochino. In seguito a questa richiesta alla quale Dylan pone un secco rifiuto si scateneranno ovviamente l'incubo e l'insolito.

Ottime le matite di Ambrosini che danno qui l'impressione di essere un poco più pulite e precise del solito, ci sono atmosfere molto indovinate, una bella resa dei luoghi e soprattutto un ottimo lavoro sugli uomini animale dell'isola, volti ferini per forza di cose inusuali ma che riescono a trasmettere i tratti delle personalità dei loro possessori, e non è cosa da poco. Un bell'episodio nel quale al nostro protagonista verrà risparmiato un finale tragico, Dylan infatti non sarà costretto a tornare sulla terra ferma ancora una volta via mare.

mercoledì 20 settembre 2017

BRADI PIT 152

Vite vissute (?)


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lunedì 18 settembre 2017

THE WALKING DEAD - STAGIONI 6 e 7

Negan e Lucille
Gli eventi precipitano sempre più nelle stagioni sei e sette di The walking dead, il gruppo di Rick (Andrew Lincoln) stabilitosi nella comunità di Alexandria, si trova a doversi guadagnare la fiducia (e a volte l'obbedienza) dei più miti e inesperti abitanti della cittadina, e allo stesso tempo ad affrontare minacce sempre crescenti provenienti dall'esterno. Per certi versi si accantonano un poco lo scavo psicologico sui personaggi, le riflessioni sulle loro scelte morali (comunque presenti) per dedicarsi più all'azione, alla tensione e al provocare il cardiopalma negli spettatori. Le minacce salgono di livello, si passa rapidamente dalla difficoltosa gestione della più grande orda di zombi con la quale il gruppo abbia avuto finora a che fare ad un attacco sanguinoso di un gruppo esterno, i Lupi, introdottosi ad Alexandria. Purtroppo l'azione e il ritmo sono spezzati da puntate in flashback che se si rivelano utili a delineare meglio alcuni personaggi, hanno il difetto di rallentare troppo la narrazione senza essere realmente avvincenti o significative.

Poi si inizia a parlare di Negan (Jeffrey Dean Morgan) e pian piano il volto della serie cambia, cambiamento che prenderà corpo definitivamente nell'ultima puntata della sesta stagione. Altri personaggi si aggiungono al cast, uno su tutti l'abile Jesus (Tom Payne) proveniente dalla comunità pacifica di Hilltop governata dal pavido Gregory (Xander Berkeley), le relazioni tra i protagonisti si allargano, mutano, ci sono i morti, i feriti e i momenti di picco emotivo non mancano. L'entrata in scena dei Salvatori, il gruppo che fa capo a Negan, scatena un'escalation della violenza nella serie, nei comportamenti di molti dei protagonisti che volenti o nolenti dovranno fare i conti con il loro lato più bestiale, dinamiche che metteranno in ginocchio (letteralmente in alcuni casi) anche elementi tra i più tosti come Carol (Melissa McBride). Nell'ultima splendida puntata, la tensione sale alle stelle, Negan si presenta in persona per la prima volta e si rivela essere uno dei più grandi figli di puttana che la televisione abbia mai concepito, un bastardo talmente odioso che però non puoi fare a meno di amare per i suoi modi scanzonati, ironici e bizzarri, un grandissimo Jeffrey Dean Morgan inizia piano piano a mangiarsi il resto del cast.


Negan è croce e delizia dell'intera settima stagione, i momenti in cui è presente sono passaggi di altissimo livello, di contro le puntate in cui è assente sembrano morte o comunque secondarie, siamo di fronte a un personaggio capace di eclissare tutto il resto, cosa non sempre positiva per la scansione del ritmo imposto alla serie. La prima puntata della settima stagione è da brividi, uno dei momenti più crudeli della televisione recente, tensione e densità emotiva ai vertici della serie (e non solo), si assiste alla caduta dell'uomo in tutti i sensi: umiliazioni, sottomissione, perdita della speranza, crudeltà e dolore in uno scenario dalla quale sembra impossibile uscire, sensazioni che prendono alla stomaco e che si ripeteranno (ma non con questa intensità) più di una volta nell'economia della stagione.

Il rischio è che l'azione, Negan, la violenza, annullino quelli che sono sempre stati i reali motivi di interesse di The walking dead: l'aspetto psicologico dei personaggi e la metafora sui comportamenti umani e sulla società. Non si può però negare che lo spettacolo offra ancora grandissimi momenti, vedremo con l'ottava stagione quale sarà la direzione che seguirà in futuro la serie.

domenica 17 settembre 2017

WOMB

(di Benedek Fliegauf, 2010)

Il dilemma etico di fondo che muove la visione di Womb è di quelli importanti, complessi e affascinanti. È un dilemma per noi ancora poco attuale o quotidiano, ma potremmo esserci vicini, scientificamente siamo a un passo; la vicenda narrata dall'ungherese Fliegauf non stonerebbe infatti all'interno della splendida serie tv britannica Black Mirror che ci mostra, agghiacciandoci, futuri possibili che potremmo trovarci davanti semplicemente girando l'angolo.

La storia è ambientata in una landa indefinita, su una costa di qualche mare del Nord, in quello che potrebbe essere un futuro prossimo apparentemente identico al nostro presente. La piccola Rebecca (Ruby O. Fee) vive con l'anziano nonno, un giorno incontra sulla spiaggia il coetaneo Thomas (Tristan Christopher). Col tempo i due bambini stringono una grande amicizia, affezionandosi sempre più l'uno all'altro, poi la bambina sarà costretta a trasferirsi per seguire la madre in Giappone. Passano gli anni, Rebecca (Eva Green) torna sui luoghi della sua infanzia, va alla ricerca di Tommy (Matt Smith) che non li ha mai lasciati. L'incontro tra i due, dopo i primi attimi di sorpresa, spazza via tutti gli anni di lontananza, Tommy ha sempre tenuto Rebecca nel cuore, alimentando il fuoco di un amore del ricordo, il sentimento è ricambiato con trasporto. Purtroppo il destino decide di mettersi di mezzo una volta ancora, Rebecca perde Tommy, di nuovo. Ma non è il nostro tempo che vede svolgersi la vicenda, è un tempo altro, un tempo in cui gli esseri umani possono essere clonati, Rebecca decide così di riavere Tommy, di riaverlo portandolo in grembo, di riaverlo per amarlo d'un amore tutto nuovo, altrettanto potente ma completamente diverso.

Le scelte stilistiche di Filegauf immergono la vicenda in una sensazione costante di sospensione, quasi di irrealtà, a scandire il passare del tempo l'ottima idea del regista di riproporre più volte le stesse inquadrature, soprattutto quelle con protagonista Rebecca (a letto, nella vasca), in momenti diversi della narrazione, ad anni di distanza. Le sensazioni sopra descritte sono sottolineate al meglio dalla fotografia di Péter Szatmari: toni grigi e blu, plumbei, che contribuiscono a fermare l'incedere degli eventi in singoli momenti, sospesi nella realtà.


Nonostante le cose sembrino filare lisce all'inizio, è inevitabile che l'amore tra la Rebecca madre e il Thomas figlio nasca malato, morboso e che col crescere del bambino, che assomiglierà sempre più al Tommy adulto amato da Rebecca in precedenza, le cose non potranno che divenire più difficili. Matt Smith ed Eva Green danno corpo a emozioni e situazioni forti, in maniera del tutto naturale, la Green porta al film un amore del tutto trattenuto, delicato quando è nella sua accezione più naturale, altrettanto interiorizzato ma tormentato nella seconda parte del film, in entrambi i casi con immutata bravura. Lo spettatore è abituato probabilmente a vedere Smith nei panni del Doctor Who, qui l'attore dimostra ancora una volta di essere davvero in gamba, portando in scena un personaggio che qualche punto in comune con il suo Dottore ce l'ha anche, più duttile nel ventaglio di emozioni esplicitate rispetto a quelle scritte per il personaggio di Rebecca, bella prova per entrambi i protagonisti.

Dà da pensare Womb, la percezione di ciò che è eticamente giusto e ciò che è sbagliato è soggettiva, quando sarà davvero il momento di scegliere su argomenti eticamente rilevanti come questo, bisognerà per forza mettere da parte profitti ed egoismi. Scommetto che non ci riusciremo.

mercoledì 13 settembre 2017

BRADI PIT 151

Senza parole


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martedì 12 settembre 2017

IN TIME

(di Andrew Niccol, 2011)

Andrew Niccol esordì alla regia nel 1997 con un film molto riuscito come Gattaca, andando a inserirsi nell'elenco dei registi affascinati da una fantascienza intelligente, autore sicuramente da tenere d'occhio, confermatosi in seguito con l'interessante più che bello S1m0ne e in tempi più recenti proprio con questo In time, lucida metafora per mettere allo scoperto, se ancora ce ne fosse bisogno, l'insensatezza e la crudele dannosità del sistema capitalistico mondiale, qui ridotto in scala nella narrazione di eventi concentrati in un'unica città.

Siamo in un futuro indefinito, nell'aspetto poco dissimile dal nostro oggi se non per una serie di particolari. Grazie ad alcune modifiche genetiche gli esseri umani invecchiano fino all'età di 25 anni, giunti a quel punto il loro aspetto diventa immutabile, la loro vita da quel momento avrà scadenza a un anno, poi la morte, a meno che non si riesca a guadagnare tempo extra, lavorando, vincendolo al gioco, barattandolo, rubandolo e via discorrendo. La vita che resta è ben evidenziata da un timer digitale stampigliato sulle braccia delle persone in un continuo conto alla rovescia verso lo 0000.0000.0000 finale. Poi la morte subitanea. Il tempo ha preso il posto dei soldi, ci si comprano le cose, ci si paga l'affitto, si viene pagati in tempo, con l'unica differenza che se nella nostra realtà finisci i soldi sei povero, in quella di In time se finisci il tempo sei morto.


Will Salas (Justin Timberlake) vive nel ghetto, uno dei quartieri più poveri della città, dove la gente cerca giorno dopo giorno di guadagnarsi quel poco di tempo che gli permette di sopravvivere ancora un altro giorno. Purtroppo l'ordine mondiale, proprio come fa quello economico della nostra società, impone rincari continui al costo della vita, tagli sui compensi, calcoli spietati, tanto più necessari per l'élite ricca in un mondo dove il rischio di sovrappopolamento sarebbe altissimo se non si trovasse un sistema per falciare il grosso della popolazione e spingere invece pochi eletti verso l'immortalità, perché ricchezza è tempo e tempo qui è vita. Al contrario il rimanere senza lavoro, senza tempo è morte. A causa di questo sistema malato l'amata madre di Will (Olivia Wilde) perde la vita, cosa che farà aprire gli occhi al ragazzo ispirandogli moti di ribellione già propri della famiglia Salas. Grazie a una fortunata donazione di uno sconosciuto abbiente (Matt Bomer), Will si trasferirà nei quartieri ricchi maturando un suo piano di vendetta, in seguito supportato dalla bella Sylvia (Amanda Seyfried), figlia di Philippe Weis (Vincent Kartheiser), proprietario delle banche del tempo Weis. A frapporsi tra Will e il suo piano di ridistribuzione della ricchezza, perché in fondo questo è, il guardiano del tempo Raimond Leon (Cillian Murphy).


Sono diversi i punti di interesse in In time. Intanto il film, pur presentando un futuro visivamente non troppo dissimile al nostro quotidiano, ha il giusto appeal estetico, Justin Timberlake si rivela essere anche un buon attore e la Seyfried, meno brava e incisiva, sfodera comunque un lato sensuale che non guasta. La metafora con il nostro sistema del capitale è palese e sotto gli occhi di tutti, eppure funziona, non mancano inoltre spunti di riflessione sull'uso che facciamo del nostro tempo, qui nodo centrale del film. Durante lo sviluppo della trama l'accoppiata Will/Sylvia assume i toni delle coppie scanzonate alla Bonnie & Clyde, novelli Robin Hood che rubano tempo ai ricchi per darlo letteralmente ai poveri. Anche il ritmo è ben dosato, senza passaggi a vuoto grazie anche a diverse sequenze action parecchio dinamiche.

L'opera di Niccol è un ottimo compromesso tra prodotto d'intrattenimento e film con diverse cose da dire, ben girato e interpretato da attori che non vanno mai sotto la soglia di guardia. Più che una sorpresa in realtà, visto proprio il percorso di Niccol, In time è una bella conferma che può sicuramente soddisfare più di un tipo di pubblico.

lunedì 11 settembre 2017

AMERICANI

(Glengarry Glen Ross di James Foley, 1992)

Americani è il secondo film d'attori (dopo Barbecue) che mi è capitato di vedere nel giro di pochi giorni, pellicola di dialoghi, interpretazioni, bravura attoriale, sequenze strette in interni, a volte oppressive e soffocanti, chiuse nell'abitacolo di un'auto squassato dalla pioggia, all'interno di una cabina telefonica, illuminate artificiosamente davanti al bancone di un bar. La differenza tra i due film sta forse in un'unica parola: attori. Per fare un film d'attori ci vogliono degli attori, di quelli bravi, e qui ci sono tutti: Jack Lemmon, Al Pacino, Ed Harris, Kevin Spacey, Alec Baldwin, Alan Arkin, elencati più o meno in ordine di merito, relativamente alle loro interpretazione in questa particolare occasione.

Foley dirige un gruppo affiatato che dovrebbe esserlo anche all'interno dell'economia della vicenda narrata, tutti professionisti impiegati alle dipendenze della stessa azienda, chiamati a remare nella stessa direzione sotto l'unica bandiera che ormai conti davvero nel mondo occidentale: quella del profitto personale, in primis ovviamente quello dei vertici aziendali. Essendo tutti venditori, per lo più in difficoltà, ben presto l'affiatamento e la cooperazione vanno a farsi benedire per lasciare spazio all'individualismo più bieco, alla disperazione, all'astio, all'invidia e a tutte le peggiori idee che uomini sull'orlo del fallimento possano arrivare a concepire.

La Mitch & Murray si occupa di proprietà immobiliari, terreni e lotti da vendere. Nell'agenzia in questione le cose non vanno bene, le vendite sono scarse, la sede centrale manda il mastino Blake (Alec Baldwin) a motivare i quattro venditori gestiti dal passacarte John Williamson (Kevin Spacey): ne escono minacce, umiliazioni e scoramento. La gara del mese prevede crudelmente una nuova Cadillac per il vincitore, un set di coltelli per il secondo classificato, il licenziamento per gli altri. Ricky Roma (Al Pacino) è in testa alle classifiche da diversi mesi, è un affabulatore, un mistificatore che con la chiacchiera che tutti potete immaginare se avete avuto l'occasione di vedere all'opera Al Pacino al suo meglio, riesce a intortare i clienti, se li cucina a dovere fino a portarli all'unico gesto che veramente conta, l'apposizione di quella cazzo di firma sulla linea tratteggiata. Non c'è nient'altro. Shelley Levene (Jack Lemmon) è il maestro del passato, un venditore sul viale del tramonto con problemi familiari ed economici assillanti, cerca le ultime indispensabili zampate per amore d'una figlia malata, non trova comprensione, i contatti dell'azienda sono usurati, gli spiragli di luce ormai pochissimi. Dave Moss (Ed Harris) è un calderone di rancore, insoddisfazione, livore, fallimento e auto assoluzione pronto a scoppiare in ogni momento, giusto contraltare per George Aaronow (Alan Arkin), un venditore ormai sconfitto, leso irrimediabilmente nell'autostima, insicuro e incerto sul da farsi.


Non c'è nessuna solidarietà tra i protagonisti, solo competizione, opportunismo, gesti di facciata e disonestà che scoperchiano il marciume di una società del lavoro competitiva fino alla distruzione del perdente, che non è più un uomo in difficoltà, non è nemmeno più un uomo. È un'etichetta: quella del fallito, quella della merda senza valore, accantonabile e calpestabile. Americani è un film dove prima della vicenda narrata, di cui non sto nemmeno a dirvi troppo, si apprezzano il messaggio di fondo ma soprattutto le interpretazioni degli attori coinvolti, e se nella vicenda finzionale la classifica dei loro meriti è chiara e legata a cifre indiscutibili, quella ipotetica per la migliore interpretazione sarebbe combattuta fino all'ultimo frame e incoronerebbe un vincitore solo sul filo di lana. La sceneggiatura è solida, scritta da un professionista indiscusso come David Mamet, adattata da una sua stessa opera teatrale, tiene viva l'attenzione senza cali di ritmo nonostante sia tutto basato sui soli dialoghi, tutto è aiutato dalla bella scelta dei brani in colonna sonora, pezzi di Donald Fagen, Duke Ellington e contributi di Al Jarreau e Wayne Shorter.

Per avere successo in operazioni come questa ci vogliono i nomi (non per forza solo famosi), e qui i nomi ci sono.

venerdì 8 settembre 2017

TEMPESTA SU GALVESTON

(di Pasquale Ruju e Massimo Rotundo, 2015)

Dopo l'ottimo esito del precedente Texone, L'orda del tramonto, viene confermato per la seconda prova consecutiva alla sceneggiatura del Tex Speciale lo scrittore Pasquale Ruju al quale questa volta si affianca il disegnatore romano Massimo Rotundo. Nel corso degli anni mi è capitato diverse volte di leggere critiche severe al lavoro di Ruju, soprattutto in relazione agli albi di Dylan Dog da lui sceneggiati, questo un poco mi dispiace perché nelle storie di Ruju che mi è capitato di leggere all'interno di serie diverse, io alla fine mi sono sempre sentito un po' a casa. Probabilmente Ruju non è tra gli scrittori più originali e innovativi in circolazione, ha dei modelli che segue forse con fin troppa passione senza mai distaccarsene troppo, eppure ho come l'impressione che a Ruju piacciano le stesse cose che piacciono a me, questo a prescindere dall'originalità dei suoi scritti, proprio per questioni di affinità, me lo fa apprezzare praticamente sempre. La storia di questo Texone non fa eccezione.

È proprio il mix di elementi che anche questa volta mi ha fatto apprezzare la storia imbastita da Ruju: c'è l'America degli stati del sud, quella economicamente legata allo schiavismo, ritratta proprio nel momento in cui questa risorsa viene meno e i neri d'America, almeno sulla carta, ottengono i loro primi diritti, c'è un'ambientazione molto urbana e cittadina, con i suoi bei saloon, i vicoli bui, il porto, parecchi interni, ci sono dei buoni compagni di viaggio per Tex e Kit, una bella figura femminile forte e intelligente e ovviamente due o tre figli di buona donna. Gli ingredienti sono mescolati bene e offrono una bella narrazione, solida, di quelle che regalano qualche oretta di soddisfazioni.

Il Colonnello Woodlord è un possidente che sfrutta la manodopera negra nelle sue piantagioni, l'abolizione dello schiavismo però ha reso le cose più difficili anche per lui, proprio per questo il Colonnello non naviga più in acque economicamente tranquille. Con l'appoggio del corrotto giudice Trent, il Colonnello si garantisce lo sfruttamento dei condannati neri, anche quelli condannati ingiustamente, che alla prigione possono preferire per legge il lavoro nelle piantagioni di qualche ricco possidente. Fatta la legge, trovato l'inganno. Allo stesso tempo e nella stessa zona Tex e Kit Carson sono sulle tracce di un manipolo di assassini rei di aver steso un collega ranger. A Galveston i due si imbattono quindi nel nuovo sceriffo e nella bella Miss Eleanor, proprietaria del miglior saloon della città, va da sé che la figura della damigella in pericolo è servita. Le trame si incroceranno fino a portare alla decisiva Tempesta su Galveston.

Ammetto che i disegni di Massimo Rotundo non rientrino nel novero dei miei favoriti per quel che riguarda la collana del Texone, nel complesso si parla sempre del lavoro di un grande professionista, eppure alcune spigolosità nei volti, una certa discontinuità nella resa grafica di quello di Tex non incontrano proprio i miei gusti. Manca a mio modo di vedere la meraviglia del soffermarsi davanti alla tavola che ti stupisce, c'è un bel lavoro sugli interni, su diversi piani ampi e su alcune vedute che mi sono piaciute particolarmente, ma nel complesso ho trovato il lavoro di Rotundo ben realizzato e godile ma nulla più, cosa che comunque, unita a una buona storia, rende Tempesta su Galveston una bella lettura.

mercoledì 6 settembre 2017

BRADI PIT 150

150!!!    Traguardo importante tagliato a tutta velocità!


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