lunedì 26 settembre 2016

VUOTI A RENDERE

(Vratné lahve di Jan Svěrák, 2007)

Ottima commedia questa di Jan Svěrák, regista ceco che non conoscevo prima di imbattermi in questa sua bella prova, regista che apprendo essere stato anche insignito di un premio Oscar per il miglior film straniero nell'ormai lontano 1997.

La storia è ambientata a Praga. Joseph (interpretato da Zdenek Svěrák, padre del regista) è un vecchio insegnante in età da pensione che non si ritrova più nella scuola moderna, il suo lavoro non gli dà più soddisfazioni, non è felice e un bel giorno decide di lasciare tutto. Si ritrova a casa con la moglie Eliška (Daniela Kolářová), ex insegnante anche lei, inattivo ma ancora pieno di energie. L'ormai sessantacinquenne Joseph allora tenta prima di riciclarsi come corriere in bicicletta poi trova impiego in un supermercato con la mansione di occuparsi del ritiro dei vuoti a rendere. Ora quello che un po' mi rattrista, è il fatto di ricordarmi quando anche a casa nostra si accumulavano i vuoti a rendere per poi riportarli al supermercato, scorci di un'altra epoca che sono lì a testimoniare come io stia diventando vecchio. Comunque, chiusa parentesi.

Quello che interessa a Joseph è stare con la gente, conoscerla, capirla, uscire di casa e, nella pratica di tutte queste attività e di quella lavorativa, accade che si risvegli in lui feroce il desiderio per l'altro sesso, un desiderio che sembra nell'uomo destinato a non sopirsi praticamente mai. Questo scatenerà sogni, approcci e le inevitabili gelosie di un rapporto di coppia ormai frusto e usurato dal tempo e dagli anni.


Bellissimo sguardo sul desiderio tout court e su quello costante di sentirsi vivi, utili e desiderati, soprattutto se messo in relazione all'età avanzata dei protagonisti o alle dinamiche comuni dei rapporti consolidati e (naturalmente o meno) ormai privi della spinta passionale dei primi anni. Non mancano nel film, grazie ai coprotagonisti che gravitano intorno all'orbita di Joseph come la figlia Helenka (Tatiana Vilhelmová) o l'ex collega Landa (Jiří Macháček), le occasioni per riflettere sulle dinamiche dei rapporti tra coppie più giovani, anche queste legate al tradimento e al desiderio di poter avere un sano e appagante rapporto amoroso con il proprio compagno. Quando poi i desideri non collimano iniziano i guai, guai ai quali spesso Joseph si adopera per porre rimedio in maniera sempre sincera e divertente.

Questa commedia non ha nulla di grottesco, non ha nulla di volgare, è una riflessione universale sull'età che avanza, sulla vita in generale, sui desideri, sulle aspirazioni, anche sulla ricerca della felicità se vogliamo, raccontata con grazia da regista e attori, un tipo di cinema diverso, secondario per i grandi canali di distribuzione, ma sicuramente da sostenere e ammirare. Inoltre non mancano le scene divertenti che portano a un riso mai sguaiato ma sempre capace di arricchirti almeno un pochino. Rimane forse un poco l'amaro in bocca quando si va a constatare come nella realtà non si riesca quasi mai a vivere come fanno i protagonisti di film come questo, con quel tocco di leggerezza che non guasterebbe e che in fin dei conti non sembra poi neanche così inarrivabile.

sabato 24 settembre 2016

STELLA

(di Sylvie Verheyde, 2008)

Con quelle che sono state le mie ultime visioni, sia cinematografiche che televisive, mi sembra di essere precipitato nel tunnel del prodotto medio, quello che alla fine non ti dispiace guardare, che magari consiglieresti anche ad altri per una visione, ma che alla fine non ti convince appieno e soprattutto non ti regala quel senso di appagamento e soddisfazione che un film ben riuscito può offrire.

Siamo da queste parti anche con Stella, film parzialmente biografico della regista francese Sylvie Verheyde, visione niente affatto malvagia ma alla quale manca la marcia in più che permetta allo spettatore di farsi coinvolgere dai personaggi, dalla storia narrata o dalla messa in scena della stessa.

Storia di formazione su un arco di tempo breve nella Francia di fine anni '70. Stella (Léora Barbara) ha undici anni e da poco ha iniziato a frequentare una nuova scuola, una scuola di alto livello dove la maggior parte dei bambini iscritti appartengono a una classe sociale più elevata (o semplicemente più ricca) di quella dalla quale provengono i genitori di Stella. Sia la madre Roselyne (Karole Rocher) che il padre Serge (Benjamin Biolay) lavorano in un bar di periferia frequentato da sfaccendati e gente semplice, un gruppo colorito di persone che per Stella sono un po' una grande famiglia allargata. Sono molti i clienti abituali sinceramente affezionati a Stella, tra tutti spicca il giovane Alain (Guillaume Depardieu), quasi un fratello maggiore per la bambina, così Stella impara le cose da grandi più che a relazionarsi con i suoi coetanei, soprattutto quelli più borghesi con i quali avrà qualche screzio di troppo. Fortunatamente in classe troverà anche Gladys (Mélissa Rodriguès) con la quale intesserà un sincero rapporto d'amicizia.


Si seguono il percorso di crescita della protagonista, i problemi della sua famiglia, il passaggio verso l'età adulta e la maturazione di una ragazzina. Il film è girato con il giusto garbo, i volti sono quelli giusti, la piccola Léora Barbara è una piccola attrice convincente, l'ambiente è quello giusto. Non c'è nulla che non vada nel film della Verheyde, eppure manca qualcosa, la partecipazione, qualche slancio d'enfasi, qualcosa...

giovedì 22 settembre 2016

VISIONI 62

Questa estate, visitando il castello di Poppi, ho avuto modo di ammirare una bella selezione delle opere di Viktoriya Bubnova, nata a Mosca ma italiana d'adozione, capace di catturare con l'uso vivace del colore e con la densità di particolari la mia attenzione. Atmosfere fiabesche e proporzioni boteriane caratterizzano quasi tutti i quadri della pittrice.

Vi propongo una selezione dei suoi lavori che purtroppo qui a video, soprattutto dal punto di vista cromatico, perdono un poco.


Ricolora la tua vita



Ratto d'Europa



Selfie mania



Anche le stelle desiderano calore



Buongiorno!



Melodia Mar Rosso



Caffè in due

martedì 20 settembre 2016

SUPERNATURAL - SETTIMA STAGIONE

Arrivati alla settima stagione del serial il giochino inizia a mostrare la corda. Ormai la struttura delle varie annate e la loro gestione sono risapute e in qualche caso possono arrivare anche a irritare un poco lo spettatore. Mi sembra ormai chiaro che funzioni più o meno così: sul finale di stagione si crea l'hype per una nuova situazione. Questa, come nel caso del finale dell'annata precedente, può essere anche molto valida e accattivante. Poi con l'esordio della nuova stagione queste idee potenzialmente ottime e capaci di cambiare lo status quo della serie vengono risolte in maniera affrettata o con espedienti molto furbi e tutto torna all'incirca come prima. Poi si imbastisce una trama orizzontale più o meno blanda, meno accattivante dello spunto iniziale, più rassicurante, si torna a concentrarsi sui personaggi, sul lato divertente della serie, sulle puntate singole e via dicendo. Sul finale di stagione si lancia il sasso per creare grosse aspettative per l'anno successivo e poi si nasconde la mano. Quelle aspettative scommetto verranno disattese in fretta e furia all'inizio della prossima stagione e via che si ricomincia da capo. Jensen Ackles e Jared Padalecki sono contenti perché il loro contratto sarà rinnovato e non dovranno così fare i conti con il crudele mondo del precariato, gli sceneggiatori non si dovranno scervellare troppo per scrivere le nuove puntate e nessuno dovrà mai scomodarsi per andare a ritirare qualche premio e presenziare a quelle barbose serate di gala che il mondo della tv organizza di tanto in tanto. Giusto un salto al Comic-Con. Di contro lo spettatore non si lamenterà troppo, sarà contento pure lui, in fondo nessuno si aspetta da Supernatural lo spessore di un Black Mirror, livelli di scrittura alla Sherlock, riflessioni sociologiche alla The Walking Dead o l'originalità di alcune puntate del Doctor Who. Ci si aspetta più o meno di vedere i fratelli Winchester impalare qualche vampiro, affrontare nuove minacce, incazzarsi l'uno con l'altro ma soprattutto sfornare quei siparietti divertenti e cazzari nei quali non sono secondi a nessuno.


L'avete vista questa settima stagione? Ma a qualcuno gliene fregava qualcosa di questi benedetti leviatani (la minaccia dell'annata)? E sì che si era partiti alla grande con Castiel (Misha Collins) diventato il nuovo Dio, faccenda che ha garantito almeno un paio di puntate iniziali di alto livello. Poi per sapere quel che è accaduto torna all'inizio del post e lavora di fantasia. Gli altri spunti interessanti rimangono invece irrisolti o si perdono nel nulla.

Tutto questo per dire cosa? Tutto ciò è male? No, non necessariamente. Basta sapere che da Supernatural c'è da aspettarsi questo e non di più. Basta essere consapevoli che quei quaranta minuti potrebbero esser spesi meglio facendo altro o anche solo semplicemente guardando altro. Nel complesso il serial rimane divertente e ancorato ai suoi stessi binari, se piace, piace. Dopo sette anni vuoi che poi non ti venga la curiosità di sapere cosa sta accadendo ai fratelli Winchester o che non ti venga solo la voglia di rivedere all'opera quei due coglioncelli? Mmmm, mi sembra improbabile. Sono sicuro che prima o poi ci risentiremo per far due chiacchiere sull'ottava stagione.

lunedì 19 settembre 2016

BRADI PIT 142

Consigli...


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domenica 18 settembre 2016

AIUTO!

(Help! di Richard Lester, 1965)

La tentazione di chiamare il post con il titolo originale di questo film che vede i Beatles protagonisti è stata forte, poi visto che in Italia il film uscì con tanto di locandine come Aiuto! mi è parso giusto lasciarlo così, ennesima stranezza in un calderone pieno di stranezze.

Di primo acchito viene da domandarsi se Richard Lester sia un genio, un folle oppure un semplice demente. Non conoscendo il resto della sua opera se non per un paio dei capitoli dedicati alle avventure di Superman, preferisco lasciare la domanda senza risposta e passare direttamente a occuparmi della trama di questo Help! (non ce la faccio a chiamarlo Aiuto!).

Pensando alla trama del film viene da domandarsi se Marc Behm, sceneggiatore e soggettista, sia un genio, un folle oppure un semplice demente. Non conoscendo il resto della sua opera se non per una o due sceneggiature, preferisco lasciare la domanda senza risposta e passare a occuparmi della trama di questo Help! (non ce la faccio a chiamarlo Aiuto!).

Ed eccola qui in tutto il suo splendore: una setta di adoratori della Dea Kaili è in procinto di sacrificare una giovane fanciulla. Per dare atto a questo sacrificio, la vittima deve essere dipinta di rosso e portare al dito l'anello sacrificale della Dea. L'anello però è sparito e, non ricordo neanche come, è finito al dito di Ringo Starr, batterista dei Beatles, che per qualche strana ragione non riesce più a sfilarselo. Per la setta ora la vittima designata è proprio Ringo (che ovviamente prima di essere ucciso dovrà venire dipinto di rosso). Il batterista e gli altri componenti dei Fab Four si opereranno per mantenere Ringo in vita e sgominare la setta. Nel mezzo qualche canzone.


Tralasciando le esibizioni canore del gruppo, proposte nel mezzo del film più o meno a casaccio e, nell'anno del signore 2016, anche prive di interesse documentaristico, per il resto siamo nel più puro non-sense. Alcune scenografie non avrebbero stonato in qualche puntata dello storico Doctor Who o nel serial de Il Prigioniero, diverse sequenze invece hanno toni da commedia slapstick. Il tutto può piacere e può non piacere, io ammetto che diverse trovate risultino anche parecchio divertenti, qualche passaggio anche geniale (vai a pensarci tu a tutta quella mole di stronzate), il tutto però inserito in un minutaggio anche fin troppo ampio per questo tipo di prodotto (e parliamo di poco più di un'ora e mezza).

Il film va bene ovviamente per i fan duri e puri dei Beatles e per gli amanti del non-sense in genere, non stona nella filosofia del gruppo, almeno per quel che riguarda la produzione cinematografica, mi pare coerente con quanto poi fatto con lo Yellow Submarine di George Dunning. Diventa invece un prodotto molto ostico per chi non rientra nelle due categorie di cui sopra, oltre alla sequela di gag assurde non c'è davvero altro.

giovedì 15 settembre 2016

CACCIA SPIETATA

(Seraphim Falls di David Von Ancken, 2006)

Caccia spietata è stato trattato dalla distribuzione italiana un po' come un fondo di magazzino, uscito nel 2006 arriva nelle nostre sale soltanto un paio d'anni più tardi e senza suscitare troppo clamore. Vuoi che il regista Von Ancken non sia proprio un nome di punta (per me un perfetto sconosciuto), vuoi che i ritmi non siano dei più frenetici (eufemismo per dire lenti), si tagliano via una ventina di minuti e il piatto è servito alla chetichella.

Siamo onesti, per alcuni versi forse Caccia spietata questo trattamento non se lo meritava, però... però se ci auspichiamo un rilancio del western moderno..., magari si passa anche di qua, ma le cose da rivedere sono parecchie. La versione integrale, quella che ho visto io, sfiora quasi le due ore lungo le quali le vere sorprese sono racchiuse più o meno nell'ultimo quarto d'ora, e ammetto che è davvero un bel quarto d'ora, ritmi lenti, niente sparatorie ma diversi scarti che allontanano il film dal western canonico. Non male.

Purtroppo tutta la prima parte del film non solo presenta una costruzione classica per il genere ma offre una narrazione scontata e prevedibile, allora le note positive si appoggiano inevitabilmente alla fotografia delle Ruby Mountains innevate, al bel volto di un Pierce Brosnan barbuto e credibile nella parte del fuggiasco disperato e a qualche buona sequenza. Nel mezzo però c'è parecchia noia, i tempi sono troppo dilatati se relazionati a quanto accade sullo schermo e alla qualità della narrazione. Per chi come me apprezza il genere, Caccia spietata non risulta essere un brutto film, però ne manca un bel pezzo per essere davvero soddisfacente. In più il volto di Liam Neeson in questo contesto non mi ha convinto per nulla a differenza di quelli arcigni della sua cricca.


È una storia di vendetta questa, Carver (Liam Neeson) assolda un manipolo di pistoleri prezzolati composto da Hayes (Michael Wincott), Parsons (Ed Lauter), dal giovane Kid (John Robinson) e da Pope (Robert Baker) per catturare vivo il solitario Gideon (Pierce Brosnan). Nel passato dei due avversari un conto in sospeso che verrà rivelato grazie ad alcuni flashback ma che voi potete agevolmente intuire dopo alcuni fotogrammi del primo. E, tranquilli, non vi sbaglierete.

Per il resto il film è una caccia all'uomo spietata tra montagne innevate e deserti infuocati, il passaggio da una stagione all'altra è visivamente affascinante e ha un che di simbolico, simbolismo che si accentua nella parte finale del film che stravolge le cose e che assolutamente si rivela la cosa migliore della storia. A un passo dal finale due begli incontri per i nostri protagonisti, quello con l'indiano Charon (Wes Studi) e quello con la venditrice Madame Louise (Angelica Houston).

Credo che, una volta tirate le somme, il film potrà essere apprezzato in una qual misura dagli amanti del genere, per tutti gli altri la noia potrebbe all'improvviso aggredire al collo.


mercoledì 14 settembre 2016

IL RESTO DELLA NOTTE

(di Francesco Munzi, 2008)

Non è un brutto film Il resto della notte e pure mi sembra che non possa dirsi veramente riuscito nonostante le intenzioni del regista, pur con i dovuti errori, siano evidentemente buone. Il film ha il fiato corto, manca del giusto respiro, quello che ti permette di farti coinvolgere da una storia e di apprezzarla a pieno. Come dicevo non è un brutto film e per me che sono torinese l'ambientazione sabauda regala sicuramente qualche motivo di interesse in più.

È la Torino degli estremi quella portata in scena da Munzi, quella che le persone della classe media come me (tendente alla medio bassa oramai) non bazzicano d'abitudine, è la Torino delle mega ville in collina ed è la Torino delle più povere case di ballatoio, abitate ormai solo da disperati e immigrati, è la Torino dei campi nomadi e dei cavalcavia di periferia, una Torino appunto poco battuta e affascinante. In questi contesti si contrappongono le vite della ricca famiglia dei Boarin, a quelle del rumeno Ionut (Constantin Lupescu) e dell'italianissimo e tossicodipendente Marco (Stefano Cassetti).

I disagi e i problemi della famiglia Boarin sono quelli di molte famiglie afflitte dalla piaga dell'avere tutto (piaga questa solo se non la si sa gestire): Silvana (Sandra Ceccarelli) è affetta da insicurezza e depressione dovute anche dalle poche attenzioni ricevute dal marito Giovanni (Aurélien Recoing) che dal canto suo tradisce la moglie con la giovane Francesca (Valentina Cervi) la quale non è felice della sua posizione di amante. Tutto più che prevedibile.

Ionut invece vive di furti ed espedienti, abita in povertà in un caseggiato a prevalenza araba, straniero tra gli stranieri, commette crimini spesso accompagnandosi a Marco, anche lui proveniente da una situazione difficile, tossico e inaffidabile, divorziato e con un figlio che vorrebbe vedere di più ma che è incapace di gestire, figura paterna totalmente sbagliata. Con Ionut anche il suo giovane fratello Victor (Victor Cosma). A unire tutti i destini la giovane Maria (Laura Vasiliu), ex amante di Ionut e governante presso la famiglia Boarin.


Il film è stato criticato parecchio perché fornisce una rappresentazione dell'immigrato sempre negativa (come peraltro fa anche con l'italiano Marco a dirla tutta). Questa è un'affermazione che non si può confutare, il film dà in effetti proprio quell'impressione anche se, leggendo tra le righe, sono più che convinto che non fosse quella l'intenzione di Munzi. Più interessante è capire perché alcune persone, straniere o italiane che siano, debbano essere portate a gesti estremi, schiacciate da povertà e disagi, quando ancora le differenze sociali sono così ampie e spaventose da diventare anch'esse barbarie, proprio tanto quanto i gesti più efferati compiuti dagli emarginati da questa bella e buona società.

Poi c'è un'altra cosa. A un certo punto nel ruolo di un funzionario di polizia compare il papà del mio amico Fabry. Ruolo di pochi secondi, senza battute, però il film mi perde inevitabilmente di credibilità. Il papà di Fabry ha sempre lavorato in banca, io ho passato giornate intere a casa sua, ho mangiato lì, ci ho studiato, e il papà di Fabry non ha mai fatto il funzionario di polizia in tutto questo tempo. Certo, per il 99,99% periodico degli italiani quello di Francesco, il papà di Fabry appunto, sarà un volto come un altro, però per me il film perde di credibilità :)

Comunque il physique du rôle c'è tutto, bravo Francesco!

domenica 11 settembre 2016

COUS COUS

(La graine et le mulet di Abdellatif Kechiche, 2007)

Per quel che poco che ho visto posso dire come il cinema di Abtellatif Kechiche sia tra i più vivaci e vitali tra quelli degli ultimi anni, dove per vitali intendo storie, personaggi ma anche un tipo di visione, un modo di muovere la camera che trasudano vita, un cinema che dà l'impressione di raccontar persone e non personaggi. Persone vicine per provenienza e appartenenza allo stesso regista.

Paese portuale della Francia. Slimane (Habib Boufares) è un uomo di circa sessant'anni che ha perso il suo lavoro ai cantieri navali. La sua è una famiglia francese di origini maghrebine molto allargata, Slimane è infatti separato dalla moglie Souad (Bouraouïa Marzouk) e ora vive in una pensioncina, frequenta la proprietaria Latifa (Hatika Karaoui) che ha una bella e giovane figlia, Rym (Hafsia Herzi) che vede Slimaine come un padre. Poi ci sono figlie e figli naturali, nuore, generi, nipoti e nipotine, colleghi e amici.

La perdita del lavoro però porta scompiglio, dopo gli inevitabili momenti di crisi Slimaine decide di ricominciare rimettendo a nuovo un vecchio relitto e trasformandolo in un ristorante dove il piatto forte sarà il cous cous di Souad. Il progetto, che si scontrerà con l'inevitabile burocrazia francese, sarà seguito in prima battuta da Rym e coinvolgerà poi tutta la famiglia allargata. Nel mezzo drammi, gioie, amori, tante chiacchiere e tavole imbandite che scandiranno le giornate di una famiglia davvero bella da vedere.

Le riunioni di famiglia, i dialoghi, gli scambi tra gli attori sono la cosa più interessante del film, valorizzati al meglio da una camera in continuo movimento, pronta a seguire i personaggi e a renderli ancor più vivi di quanto già i bravi attori riescano a fare. C'è tutto quello che può esserci in una grande famiglia: amore, affetto, problemi, tradimenti, gelosie, complicità e via di questo passo.


Con l'avanzare della vicenda Kechiche non risparmia derive di forte sensualità, accenni di dramma e un finale dal sapore thriller legato proprio al destino dell'importantissimo (e invogliante) cous cous. Leggendo qualcosa qua e là sul film tornano alla mente le polemiche e i malumori dovuti alla mancata vittoria a Venezia di Cous cous a favore invece del, mi dicono, molto più ingessato e freddo Lussuria di Ang Lee. Non avendo visto quest'ultimo non azzardo paragoni, però un premio a questo Cous cous glielo avrei dato più che volentieri.

venerdì 9 settembre 2016

L'ARTE DI VINCERE

(Moneyball di Bennett Miller, 2011)

Biopic, film sportivo, percorso di formazione in età adulta, riflessione sul potere del capitale su tutto il resto, scavo psicologico sull'autostima e sulle fisime personali e grande prova d'attore. L'arte di vincere è tutto questo, confezionato in una classica forma tanto cara al cinema di Hollywood. E funziona.

Brad Pitt è Billy Beane, general manager della squadra di baseball degli Oakland Athletics. A me Brad Pitt è sempre piaciuto, ho sempre pensato che oltre alla botta di culo di essere uno degli uomini più amati dall'altra metà del cielo per la sua bellezza, il ragazzone avesse tonnellate di talento da dispensare qua e là. In questo film l'attore si carica praticamente tutto (o quasi) sulle spalle, impallando lo schermo di continuo e realizzando un (quasi) one man show da applausi.

E dico quasi non tanto per la presenza di un Philip Seymour Hoffman utilizzato poco e male che qui avrebbe potuto essere sostituito da un qualsiasi altro attore, quanto per quella del fondamentale Jonah Hill nei panni di Peter Brand.

La storia è di quelle vere. Billy Beane è un ex giocatore di baseball, giovane promessa che nella League professionistica si è rivelato utile quanto il due di picche. Passato il suo tempo rimane nell'ambiente come general manager degli Oakland Athletics svolgendo il suo ruolo anche con ottimi risultati. Purtroppo gli Oakland sono una squadra relativamente povera che non può competere con i New York Giants o con colossi simili, quindi i risultati di Billy vengono ridimensionati dalle difficoltà economiche e gli impediscono di portare la squadra alle World Series. Inoltre i suoi giocatori migliori, fatti crescere negli Athletics, a fine stagione vengono razziati dai manager di altre squadre con il portafoglio gonfio.

Billy è deluso perché la lotta non è equa, non si tratta di sport, non più, si tratta solo e unicamente di soldi. Poi in un incontro di mercato con la dirigenza dei Cleveland durante il quale Billy si sente strapazzato e impotente, il GM degli Oakland incontra Peter Brand (Jonah Hill), giovane laureato in economia a Yale con il quale ha una strana chiacchierata. Così, invece di tornarsene a Oakland con un giocatore, Billy torna a casa con un collaboratore dalle idee rivoluzionarie. L'idea è quella di far girare la squadra statistiche alla mano, quella di scomporre tutti i fondamentali del gioco e guardare quali giocatori economicamente alla portata degli Athletics avrebbero potuto sostituire le prestazioni dei tre grandi nomi persi sul mercato la stagione precedente. Si andrà a comporre così una squadra che tra le sue fila annovera atleti di secondo piano, scarti di altre squadre, ex campioni sul viale del tramonto, giocatori infortunati e via discorrendo...


La cosa interessante, nonostante i risultati, nonostante il fatto inequivocabile di aver portato una sorta di rivoluzione al mondo del baseball professionistico, è che in fondo Billy continui a sentirsi un perdente, forse per come è andata la sua carriera da giocatore, forse per una sua semplice fissazione, forse per una spinta ideologica che avrebbe voluto vedere l'azzeramento dell'importanza del divario economico nello sport. Forse per una semplice ma sacrosanta idea di giustizia sfuggitagli fra le dita.

Tra l'altro bellissimo finale (no spoiler) dove la figlia canta al padre un qualcosa che qui non rivelo sulla sua condizione di totalmente inaspettato anche se affettuoso.

Oltre la splendida prova di un Brad Pitt bravissimo ci sono diverse riflessioni possibili sul film, oltre a quella sul capitale sulla quale qualsiasi uomo dotato di un briciolo di intelligenza ormai non nutre più nessuna speranza, ci sono quelle sull'uomo, quelle sì alla nostra portata. E qui c'è un uomo non così facile da interpretare, forse proprio per questo così affascinante. Un film adatto anche a chi non ama lo sport che qui è centrale ma nelle varie sequenze di puro contorno.

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