mercoledì 7 dicembre 2016

BEN HUR 1959 - 2016

(di William Wyler, 1959) - (di Timur Bekmambetov, 2016)

Qualche anno fa qualcuno ebbe la brillante idea di portare nelle edicole italiane i distillati, trattavasi di riassunti di libri celebri, un'iniziativa pensata con l'intento di avvicinare i tanti non lettori italiani alla letteratura, mutilando così l'opera di diversi autori. Il remake di Ben-Hur targato duemilasedici me li ha riportati alla mente, una sorta di bignami mal compilato e raffazzonato, un tentativo di riportare sugli schermi l'opera magniloquente e memorabile di un William Wyler in stato di grazia, decurtata di due ore di girato e aggiornata alla noia del blockbuster moderno. Il film è tra l'altro soverchiato in tutto e per tutto dalle scenografie artigianali di un kolossal di quasi cinquant'anni fa, uno scontro impari per mezzi tecnici nel quale ancora una volta Davide batte Golia; un po' come se mia figlia con il suo giochino per creare animazioni, fatto di scenografie e personaggi di carta, riuscisse a umiliare in un confronto diretto l'ultimo prodotto di casa Pixar.

L'ideale impari duello è ben sottolineato dall'accoglienza al botteghino dei relativi film, il primo costò nel '59 circa quindici milioni di dollari incassandone ben settecentoventi, il suo remake non è riuscito nemmeno (e giustamente) a coprire i costi di produzione. Inoltre se una pellicola di 219 minuti riesce a tener desta l'attenzione dello spettatore per tutta la sua durata, e in diversi passaggi addirittura a esaltarlo, mentre l'altra con soli 123 primi riesce solo a istillare pensieri di suicidio, qualcosa dovrà pur voler dire. Sul piatto, inoltre, ben 11 Oscar per il Ben Hur classico, una serie di pernacchie per quello moderno. C'è da dire che Bekmambetov potrebbe aver guardato direttamente al libro di Lee Wallace per articolare la sua versione della storia, ignorando totalmente il lavoro di Wyler. Beh, se così fosse non ci resta che esclamare "peccato!", dal suo predecessore il regista kazako avrebbe potuto imparare qualcosa, evitando magari i risultati negativi derivati da un confronto impietoso.

È interessante notare come in epoca moderna ogni tanto spunti fuori da parte delle case di produzione cinematografica il tentativo di rivitalizzare il kolossal o il peplum che dir si voglia (o come lo chiamavamo noi, il genere sandaloni), peraltro con scarsi risultati. Purtroppo lo spettatore di una certa età che ancora serba il ricordo dell'epoca gloriosa del kolossal, delle produzioni di Cinecittà, delle folle oceaniche di comparse e delle scenografie maestose dei tempi che furono, difficilmente potrà trovare interesse in prodotti spuntati e noiosi come questo, con attori che hanno il carisma degli stessi sandali usurati che in passato davano il nome al genere (Jack Huston, Toby Kebbell, chi sono costoro?). Il pubblico giovane che vuole andare al cinema a vedere un film spettacolare chiede invece ironia, trame coinvolgenti, dialoghi brillanti e azione che qui si concentra più che altro nella classica scena delle bighe (che poi bighe non sono), tra l'altro sequenza anche abbastanza riuscita. In tutta sincerità vedo più personalità e un'onesta attitudine all'intrattenimento nel 90% dei cinecomics di casa Marvel che in questo Ben Hur. Scontentati gli spettatori adulti, i cinefili, i giovani (e i produttori che hanno messo i soldi), chi ci resta?


Allora il consiglio per tutti è di andare a riguardare il Ben Hur con Charlton Heston, questo sì un vero kolossal, ancora oggi una meraviglia per gli occhi, un lavoro artigianale di una perizia pazzesca, una storia che si carica sulle spalle tutta la sua drammaturgia grazie a una recitazione d'altri tempi, teatrale, solenne, pudica nel rapporto tra sacro e pagano, nel parallelismo tra la storia del protagonista Giuda Ben Hur (Heston) e del suo nemico/amico Messala (Stephen Boyd) e quella del Cristo (Claude Heater), qui mai inquadrato in volto, ampiamente palesato nella versione targata 2016. Entrata nella storia del cinema la sequenza appassionante della corsa delle bighe (che anche qui bighe non sono), realizzazione da applausi a scena aperta, sequenza omaggiata con scarsi risultati anche da George Lucas in persona con la corsa degli sgusci nell'episodio I di Star Wars: La minaccia fantasma.

Non tutto per forza deve essere triturato e riproposto, a volte alcune cose è bene lasciarle lì dove sono, usarle come spunto, come ispirazione, ma con rispetto e devozione. Meglio una brutta idea originale piuttosto che non una vecchia e valida ma irrimediabilmente compromessa.

lunedì 5 dicembre 2016

MEMORIE DALL'INVISIBILE

(di Tiziano Sclavi e Giampiero Casertano)

Quando ero un giovine ragazzino, avevo circa undici anni all'epoca, ricordo che ebbi modo di parlare di Dylan Dog e di alcune sue storie, che peraltro io non avevo avuto ancora modo di leggere, con alcuni miei animatori dell'oratorio, ragazzi più grandi di me di qualche anno che a differenza mia il personaggio lo conoscevano meglio e che erano in grado di togliermi alcune curiosità. Nella mia enorme ignoranza pronunciai il nome dell'indagatore dell'incubo come Dailan Dog. Orrore, fui additato come l'untore, dagli dagli, e qualcuno disse: "Tu dici Bob Dailan forse?", ricordo l'arguta stoccata ancora chiaramente. Ah, brutto stronzetto d'un saputello, l'ignobile si spese proprio una delle battute da Memorie dell'invisibile, suscitando saccente le ilari risa di altri beoti ignorantelli come me. È vero, non si pronuncia Dailan Dog, ora lo sappiamo tutti, però è stato bello vedere come la rilettura dell'episodio abbia avuto il potere di riesumare un chiaro ricordo proveniente da un passato ormai remoto, potenza della carta stampata, capace di veicolare emozioni e ricordi in maniera indelebile.

Memorie dall'invisibile presenta almeno due personaggi memorabili: una sorta di uomo invisibile, una nullità che nessuno sembra notare, una figura tragica, a tratti patetica, che parla al lettore tramite didascalie nelle quali Sclavi mette tutto il suo estro in un episodio dalla densità narrativa davvero notevole. Poi la bellissima Bree Daniels, nuova cliente di Dylan Dog che imperturbabile si ostina a chiamare l'indagatore dell'incubo Dailan dall'inizio alla fine dell'episodio, prostituta d'alto bordo che prende l'iniziativa per difendere le sue colleghe minacciate da un pericoloso serial killer, mettendosi tranquillamente sotto le scarpe sia il bel Dylan (e quell'imbecille di Groucho) sia la polizia tutta con in capo il sensibile ispettore Bloch.


Nelle prime tavole Sclavi è magistrale nel confondere il lettore, nello scombinare le carte, nel creare un cortocircuito dissonante tra vignette e didascalie per andare poi a costruire pian piano la sua storia ma soprattutto i suoi personaggi. Oltre alle usali citazioni celebri, questa volta addirittura l'immenso Edward Hopper con il suo Nighthawks, Sclavi ci regala uno dei Dylan Dog più pazzamente innamorati tra quelli presentati negli episodi visti fino a questo momento, un amore destinato a non avere futuro. Memorie dall'invisibile sembra uno di quegli episodi dove i personaggi sembrano acquisire una profondità più accentuata rispetto alla media, graziato poi dalle matite di un Casertano in grandissima forma.

Probabilmente tra gli episodi analizzati finora questo Memorie dall'invisibile potrebbe ritagliarsi il suo posto in un ideale podio.

venerdì 2 dicembre 2016

L'ISPETTORE COLIANDRO

(di Carlo Lucarelli e Onofrio Catacchio, 1993)

Serializzati negli anni '90 sulla storica rivista Nova Express, sono tornati in edicola i cinque racconti realizzati dal papà di Coliandro, Carlo Lucarelli, e dal disegnatore Onofrio Catacchio, grazie all'interessamento e all'opera di recupero di fumetti italiani del passato portata avanti dall'Editoriale Cosmo negli ultimi anni. Cinque brevi episodi composti da sedici tavole ciascuno all'interno dei quali è condensato tutto il Coliandro pensiero che gli spettatori della serie tv dedicata all'ispettore più cazzaro di tutti i tempi hanno imparato ad amare e apprezzare, soprattutto grazie all'interpretazione di un Giampaolo Morelli entrato nel ruolo con adesione impeccabile. E potevo forse io farmeli scappare o mancare all'appuntamento? Certo che no, nonostante non sia proprio un fan del segno di Catacchio che qui, con mio stesso stupore, ho invece più che apprezzato.

Il Coliandro a fumetti è molto diverso da quello a cui ci siamo abituati guardando la serie televisiva, nato prima di quest'ultimo, il personaggio su carta non assomiglia molto a Morelli, tra l'altro qui omaggiato come si deve sulla copertina dell'albo. Il tratto di Catacchio è molto sperimentale, caricaturale, da scuola indipendente, ci restituisce un Coliandro ancora sovrintendente, sempre in giacca e cravatta, dal mento molto pronunciato, all'apparenza chiaro nei colori e simile alla sua controparte televisiva solo nel portamento e nella struttura fisica.

Il protagonista però è lui, non ci sono dubbi, la penna è quella di Lucarelli e Coliandro è sempre Coliandro. Il cortocircuito più accentuato tra pagina e schermo avviene proprio leggendo le didascalie che contengono vere e proprie perle di Coliandro pensiero, l'immagine di Morelli allora si forma spontanea nella mente e un sorriso compiaciuto non può far altro che stamparsi sulla faccia del lettore alle prese con le puttanate dell'ispettore.

Ci godo a far paura ai tossici, gioventù di merda, li sbatterei tutti dentro.

Dentro, l'appartamento di Rashid è tutta un'altra cosa. Ristrutturato, ridipinto, riammobiliato... c'è solo quel cazzo di odore speziato che hanno sempre i marocchini...

Mi guardo attorno e vedo il cellulare del tunisino. Merda. E io che telefono solo dopo le dieci per pagare meno. Gli sparerei a quel telefonino da spacciatore del cazzo! Lo prendo e faccio il numero: ma non il 112. Il 113. Quello della Polizia. Almeno la soddisfazione di metterlo nel culo al Carabiniere!

Il Coliandro televisivo forse è stato anche ammorbidito da Lucarelli rispetto a quello presentato in questi cinque brevi episodi tra i quali compare anche Nikita, adattamento del primo racconto con protagonista l'ispettore e reinventato dallo scrittore per tutti i formati, libro, fumetto e tv. Oltre a Nikita nel volume si trovano gli episodi Poliziotti e puttane, Il tunisino, Mariangela e Autogrill.

In maniera ancora più accentuata qui si può godere dell'imperfezione di un personaggio indovinatissimo, tanto bestia quanto divertente. Maschilista, razzista, casinista ma tutto sommato disposto a far la cosa giusta e ad affezionarsi alle persone, specialmente se donne. Qui forse un po' di meno di quanto accada in televisione.

lunedì 28 novembre 2016

QUARTO POTERE

(Citizen Kane di Orson Welles, 1941)

A intervalli più o meno regolari, sulle riviste specializzate o nei notiziari in televisione, compare una di quelle classifiche create da esperti di settore, da istituzioni riconosciute o semplicemente da degnissimi appassionati, che mettono a conoscenza noi lettori su quali siano i cento (o dieci o mille, poco importa) migliori film di tutti i tempi. In cima a queste liste è comparso più di una volta Quarto potere di Orson Welles, alternandosi sul gradino più alto, soprattutto in questi ultimi anni, con La donna che visse due volte del maestro Sir Alfred Hitchcock.

È fuor di dubbio come il film sia stato insignito più volte di questo onore con pieno merito, ci si trova di fronte a un capolavoro del cinema moderno, ancor di più, parliamo di uno di quei film che hanno contribuito proprio al passaggio dal cinema classico a quello moderno, diretto da un regista avanti sui tempi che realizza al suo esordio una pellicola che più di settant'anni dopo è ancora sulla bocca di tutti. A produrre enorme stupore è il genio visionario di Welles che a soli venticinque anni realizza uno dei film più importanti per la storia del cinema, solo tre anni più tardi dall'aver scatenato il panico durante l'ormai celebre trasmissione radiofonica in cui, leggendo l'adattamento de La guerra dei mondi del suo quasi omonimo H. G. Wells, terrorizzò gli americani con la sua convincente interpretazione, talmente appassionata da far credere agli ascoltatori che un vero attacco alieno alla Terra fosse in atto in quel preciso istante.


In Quarto potere Welles narra la vita e le gesta di Charles Foster Kane (interpretato dallo stesso Welles), uomo di spicco nella New York degli anni a cavallo tra fine Ottocento e inizio Novecento, magnate dell'editoria, collezionista d'arte e uomo tra i più ricchi e influenti del paese. La sua vita ci viene presentata grazie a un montaggio che offre allo spettatore ben sei punti di vista diversi sul protagonista, alternando narratori e tempi della vicenda, donando un dinamismo e un ritmo d'eccezione al film come mai fino ad allora si era visto a Hollywood, un vero e proprio punto di rottura con il passato e un modello a cui si guarda ancora oggi per la realizzazione di pellicole che ora definiamo post moderne. In più il colpo di genio di inserire fin dalle prime battute del film l'enigma di Rosabella, uno dei più celebri e riusciti McGuffin della storia del cinema. A conferma delle capacità apparentemente sconfinate di Welles, una prova attoriale impeccabile che sfoggia capacità di trasformismo invidiabili nel passare da un Kane giovane a uno decisamente più attempato. Stilisticamente la regia offre spunti a ogni inquadratura, dalle atmosfere gotiche dell'apertura, alle riprese deformate attraverso la nota palla di neve alla quale si accompagna nella prima scena, che si apre sulla morte di Kane, la parola "Rosabella", motore dell'intera vicenda, e ancora i tagli di luce, le ombre espressioniste e le prospettive ardite con inusuali posizionamenti della camera.


Il protagonista è ispirato a William Randolph Hearst con il quale il Citizen Kane del titolo originale ha in comune ben più di una caratteristica, tra le altre cose considerato l'inventore del giornalismo scandalistico, editore per il quale lavorò anche il celebre giornalista Walter Winchell. Come già accennato il film si apre con la morte di Kane, se ne ripercorre poi la vita tramite le testimonianze di un cinegiornale e di diversi altri personaggi a lui vicini, da quella del banchiere (George Coulouris) che ne curò le ricchezze di famiglia derivanti da una miniera d'oro, fino a quella della sua seconda moglie, la ballerina e cantante Suzan (Dorothy Comingore), quelle del maggiordomo (Paul Stewart) dello stesso Kane e del suo collaboratore Mr. Bernstein (Everett Sloane) fino ad arrivare al primo reporter dei giornali di Kane, l'amico Jedediah Leland (Joseph Cotten), e al giornalista incaricato di scoprire l'enigma dietro alla parola Rosabella (William Alland). Ogni racconto è un tassello per tentare di capire la complessa personalità di un protagonista di cui nessuno di loro, se non il banchiere, conosce il passato, un passato che lo porterà ad avere una vita piena di successi senza però mai raggiungere quella pace con sé stesso della quale ogni essere umano avrebbe bisogno, senza conoscere il vero amore e l'arte del donarsi agli altri, pur avendo sostenuto le cause dei più deboli, imprese di successo come la direzione del New York Inquirer o aver lanciato la carriera artistica della moglie e aver costruito Candalù, una residenza da favola che avrebbe fatto invidia anche alla più moderna Disneyland.

Un film complesso per l'epoca in cui è stato girato, denso, innovativo (basti pensare all'uso dei piani sequenza e della profondità di campo, segni di stile fino ad allora mai sfruttati al meglio), visivamente accattivante e capace di destare ancor oggi una certa meraviglia. Non so a quanti film contemporanei possa riuscire di suscitare tali reazioni. Ognuno è libero di decidere se Citizen Kane meriti il gradino più alto di quel famoso podio, di sicuro lassù, osservato dal basso, proprio dal punto in cui Welles avrebbe piazzato la telecamera, la sua presenza non stona affatto.

domenica 27 novembre 2016

KUNG-FU PANDA 3

(di Jennifer Yuh e Alessandro Carloni, 2016)

La saga del Maestro Dragone Po si muove sui binari della coerenza e della tradizione, il terzo capitolo apporta qualche nuovo elemento alla storia, mette in campo una nuova fase di ricerca e crescita per il protagonista e lo pone di fronte a un nuovo e temibile (?) avversario. Felice riconferma per gli amanti del brand Kung Fu Panda, questo nuovo episodio non innova ma continua a far crescere, anche a livello economico, un progetto che già funziona e che ha trovato fin dal primo capitolo la sua strada verso il successo. Realizzato in collaborazione con gli studios cinesi della Oriental Dreamworks, il film è stato prodotto con accorgimenti mirati (come quello di ritoccare il labiale per il mercato cinese) atti a produrre incassi da capogiro in tutto il mondo, anche se poi questo si rivelerà il film meno remunerativo della trilogia. Da segnalare l'arrivo alla co-regia dell'italiano Alessandro Carloni, già al lavoro in altri ruoli nei primi due episodi della serie.

Si riprende il discorso interrotto in Kung-Fu Panda 2 sulla famiglia di Po, il Guerriero Dragone scoprì infatti nel precedente episodio come da un'oca non possa nascere un panda e di conseguenza quindi come il suo papà Ping non potesse essere il suo vero padre biologico. La famiglia si allarga in questo nuovo capitolo con l'arrivo di Li Shang, il vero padre di Po alla ricerca del figlio perduto. Proprio questo risulta essere il tema più interessante del film, visto anche nell'ottica di proporre in maniera naturale e assolutamente non traumatica ai bambini un modello differente di famiglia, compito portato a segno alla perfezione in un film dove traspare come le uniche cose importanti siano l'aiuto reciproco e l'amore, un messaggio ricevuto ad esempio da mia figlia senza nessun problema, i bambini che infatti non hanno ancora preconcetti forti non fanno probabilmente grosse difficoltà ad accettare un nucleo affettivo con due papà se a muovere questa unione sono solo sentimenti positivi. Ovviamente il concetto rimane a livello di superficie, i temi non vengono approfonditi in maniera particolare, si tratta pur sempre di un prodotto rivolto prevalentemente ai bambini.


Sul versante avventuroso invece assistiamo all'arrivo di Kai direttamente dal regno degli spiriti, essere dalle capacità sovrannaturali in grado di rubare la forza vitale (il chi) dei più abili maestri, Shifu compreso, e crearne dei costrutti di giada ai suoi servigi. Per sconfiggerlo il Guerriero Dragone dovrà diventare insegnante e maestro lui stesso, fino ad arrivare a padroneggiare la forza del suo Chi interiore. Ma la situazione potrà sbloccarsi solo con l'aiuto degli amici di sempre e della sua nuova famiglia.

Splendide come sempre le sequenze in flashback realizzate in animazione tradizionale, tra le cose più belle del film, a livello visivo si prosegue sulla strada già battuta con ottimi risultati coltivando pellicola dopo pellicola un brand che almeno al momento non stanca.

venerdì 25 novembre 2016

LA MUSICA DI LAURA 011



Dopo diversi mesi tornano le selezioni casuali di brani operate dalla mia bambina, al seguito delle quali lei stessa con prontezza elegge tra i tre brani estratti a sorte il vincitore, quello che per qualche motivo l'ha più colpita. Questa volta devo dire che è riuscita a selezionare il brano a suo avviso migliore senza indecisione alcuna (anche perché almeno uno era per lei davvero troppo ostico). Ovviamente invito voi tutti a votare il vostro brano preferito, che alla fine il gioco sarebbe quello... :)

Andiamo allora a vedere la scelta dei brani: and the nominees are...



1)  Stone Temple Pilots - A song for sleeping




2)  Teenage Funclub - The king




3)  Rush - Lessons



Ora è facilmente intuibile come il brano The king dei Teenage Funclub fosse fuori portata per Laura (poi sinceramente mi sembra abbastanza una cagata), la scelta si è decisa quindi tra i Rush e gli Stone Temple Pilots e ha visto prevalere questi ultimi con il loro brano A song for sleeping. E voi, cosa avreste scelto?

giovedì 24 novembre 2016

ADDIO ALLE ARMI

(A farewell to arms di Ernest Hemingway, 1929)

Indicato sovente come uno dei più importanti romanzi del Novecento, Addio alle armi è un libro in parte autobiografico, in parte solamente ispirato a fatti accaduti a Hemingway e ai suoi commilitoni sul fronte di guerra e in parte romanzato. Un'unione di fonti che riesce a dar vita a un racconto realmente potente, lungo il quale a venir fuori è la condizione dell'uomo in totale balia della vita, incontrollabile, imprevedibile e spesso crudele, ai giochi della quale è molto difficile se non impossibile opporsi. Questa condizione è qui veicolata per mezzo di due grandissimi motori che influenzeranno la vita del protagonista Frederic Henry, una dicotomia indissolubile (o quasi) di amore e guerra.

A voler minimizzare i termini del racconto si potrebbe dire che Addio alle armi è nient'altro che un'appassionata storia d'amore in tempo di guerra, ma come già detto non è proprio così. Addio alle armi è un'amara e disillusa riflessione sulla vita, è un romanzo innovativo per quel che riguarda l'uso della prosa da parte di Hemingway, è lo specchio di un disagio generazionale che ha prodotto uomini nuovi, meno ingessati e più propensi a mettere in discussione le più alte brutture che tanti giovani sono sempre stati chiamati a compiere in nome della Patria, una Patria solitamente ipocrita e colpevole, è una sacrosanta croce rossa tirata sulla parola guerra, è la messa in scena di un uomo molto lontano dall'essere perfetto, e sì, infine è anche una bella storia d'amore in tempo di guerra.

Prima Guerra Mondiale. Frederic Henry, arruolatosi volontario nell'esercito americano, viene mandato insieme ai reparti medici di supporto sul fronte italiano. Siamo dalle parti di Gorizia, dove le giornate per la gran parte scorrono tranquille e il pericolo vero è sempre a qualche chilometro di distanza. Il tenente Henry si occupa dei mezzi di trasporto medici e del trasporto dei feriti ai punti di soccorso. Passa il tempo con i suoi commilitoni italiani, con le donne del bordello del paese e a far quattro chiacchiere con il cappellano abruzzese, uno degli uomini con il quale si intrattiene più volentieri. Nell'ospedale di zona conosce la giovane infermiera inglese Catherine Barklay e poco a poco, ricambiato, se ne innamora. Ma la guerra non lascia troppo spazio per l'amore, in uno dei pochi incontri ravvicinati col nemico, il tenente viene ferito seriamente a una gamba e perde alcuni compagni. Ricoverato presso l'ospedale di Milano si ricongiunge all'amata con la quale potrà riprendere la sua storia d'amore. Ma la guerra ancora non è finita.

"Si va dritti a casa senza più pensare, che la guerra è bella anche se fa male" cantava De Gregori, affermazione con la quale Hemingway non sembra concordare presentandoci un personaggio che, dopo essersi arruolato volontario, è pronto alla diserzione pur di ritrovare la vita e l'amore dai quali la guerra rischia di strapparlo per sempre. Purtroppo per alcuni la vita stessa sembra una guerra, sempre pronta a regalarti ferite insanabili. Nel raccontare le sfide e i duri colpi che la vita riserva al protagonista, lo scrittore fa uso di una prosa diretta, moderna e ispirata, che non si concede troppi inutili fronzoli nemmeno nelle sequenze descrittive e trova i suoi migliori sfoghi nei dialoghi tra i personaggi, sempre sinceri, schietti e avvolgenti ma a loro modi intrisi costantemente di un piacevole sapore letterario. Non stupisce che il romanzo, uscito nel 1929, abbia fatto epoca e che abbia contribuito alla popolarità di uno scrittore non sempre ben accetto, soprattutto qui da noi. Sotto il regime fascista, di Addio alle armi fu infatti vietata la pubblicazione, e per la sua traduzione clandestina la giornalista Fernanda Pivano fu tratta in arresto. Il fatto che il romanzo fosse ritenuto scomodo ne sottolinea ancora una volta la grandezza e l'importanza.

Ernest Hemingway

lunedì 21 novembre 2016

IL DISCORSO DEL RE

(The King's speech di Tom Hooper, 2010)

Pioggia di nomination da concorsi sparsi in tutto il globo, dagli Oscar ai Golden Globe, dai BAFTA fino ad arrivare a una serie di riconoscimenti festivalieri internazionali come Toronto o i British Awards e conseguente razzia di statuette e vittorie ovunque che sembrano far pensare che nell'anno di grazia duemiladieci non sia davvero uscito un film migliore di questo. Tutto ciò mi sembra implausibile.

Certo, se guardiamo alla forma, Il discorso del re è un film molto riuscito, la regia è diligente (ma migliore di quella di Nolan per Inception tanto per dirne una?), i due attori protagonisti sono davvero molto bravi, infatti Geoffrey Rush fu uno dei pochi a tornare a casa senza l'Oscar in mano, lui che forse l'avrebbe meritato più di tutti, la sceneggiatura è solida e ci narra un episodio della vita della famiglia reale inglese poco noto al pubblico. Detto questo non credo mi verrà mai la voglia di rivedere questo film una seconda volta.

Ora non vorrei sembrare troppo severo, il film non mi è dispiaciuto, Colin Firth porta in scena un ottimo Enrico VI che oltre alle preoccupazioni del dover diventare il nuovo re e quella di dover affrontare le follie della Germania nazista, subisce un forte complesso a causa della sua balbuzie e della conseguente incapacità di esprimersi in pubblico, problemino non da poco per uno destinato a divenire il futuro re del Regno Unito. L'interpretazione di Firth, anch'essa premiata con l'Oscar, avrebbe meritato una visione in lingua originale, se potete concedetevela, non fate il mio stesso errore. Di fronte a lui, l'ancor più bravo Geoffrey Rush nei panni del logopedista Lionel Logue, esperto sui generis scovato dalla moglie del re, quell'Elizabeth Bowes-Lyon (Helena Bonham Carter) madre della futura regina Elisabetta II e della sorella Margareth, al fine di aiutare il marito a superare il suo blocco.


La storia è quella di un re, di un uomo se vogliamo, pressato dalle sue responsabilità e chiamato a superare i suoi limiti per il bene di un intero paese, è quella di un'amicizia con l'uomo che ha reso la cosa possibile, un'amicizia costruita poco a poco che si scontra con la differenza di classe e con il rango ma che mette in campo quello che poi, a prescindere da tutto, ogni uomo è capace di dare a un altro. Poi c'è chi dentro ci ha visto anche la sudditanza dei paesi del Commonwealth all'Impero Britannico (Lionel Logue era australiano), interpretazione che personalmente mi sembra un poco forzata.

Pur volendo riconoscere al film tutti i suoi meriti, che ci sono, la visione non regala particolari sussulti, ha un buon valore storico, pregio da non sottovalutare, ma non coinvolge mai fino in fondo. È una buona storia in una bella confezione. Certo, questo può bastare, ma con ben trentatré nominations, contando solo le tre manifestazioni più importanti alle quali il film ha partecipato (altrimenti il conto salirebbe a circa duecento), e ben dodici premi vinti, sinceramente ci si aspettava qualcosa di più.

mercoledì 16 novembre 2016

BENVENUTO A MARLY-GOMONT

(Bienvenue à Marly-Gomont di Julien Rambaldi, 2016)

Negli ultimi anni la commedia francese ha avuto modo di ritagliarsi ampi spazi di visibilità e grandi incassi, grazie soprattutto ad alcuni titoli indovinati che sono stati capaci di sbancare i botteghini d'oltralpe, farsi conoscere all'estero e magari dar vita a diversi remake che battono bandiere diverse dal tricolore francese, basti pensare a film come Giù al nord o Quasi amici ormai ben conosciuti anche dalle nostre parti. Benvenuto a Marly-Gomont è una commedia franco-belga che nemmeno si avvicina ai risultati dei titoli sopra citati, in Italia non è nemmeno arrivata nelle sale cinematografiche, mantiene però il garbo e la comicità delicata spesso riscontrabili in titoli minori come questo, pur affrontando problematiche note che spesso sfociano in conflitti tutt'altro che garbati e delicati.

Negli anni '70 il giovane Seyolo Zantoko (Marc Zinga), proveniente dallo Zaire,  si laurea in medicina in Francia con l'intenzione di esercitare la professione e portare nel suo paese d'adozione tutta la sua famiglia: la moglie Anne (Aïssa Maïga) e i figli Sivi (Médina Diarra) e Kamini (Bayron Lebli). Non avendo ancora la nazionalità francese, Seyolo coglie al balzo la prima e unica offerta di lavoro a lui sottoposta e proveniente dal sindaco di Marly-Gomont, paesino sperduto nelle campagne a nord di Parigi, centro di poche anime nel quale nessun medico francese vuole andare ad esercitare. Moglie e figli raggiungono così il neo dottore, convinti di andare ad abitare a Parigi, si troveranno invece in un paesotto con più mucche che abitanti, in una realtà contadina funestata dal maltempo, piena di fango ma che soprattutto non ha mai visto prima neanche l'ombra di un uomo nero. Non sarà facile per la famiglia Zantoko farsi accettare in paese, figurarsi addirittura per un dottore nero guadagnarsi la fiducia dei suoi pazienti, abituati al posto vacante e tentati di continuare a farsi curare altrove.


Il film è la classica pellicola a tema integrazione e accettazione del diverso che si gioca le sue carte sul mix di umorismo lieve e mai greve e sul coinvolgimento emotivo volto a creare empatia tra spettatore e protagonisti. In questi intenti il regista Rambaldi coglie nel segno, rendendoci partecipi delle difficoltà del dottore a farsi accettare dai nuovi compaesani e preso nel mezzo tra il bisogno di lavorare e il desiderio della moglie di scappare per andare a vivere in una grande città, se non Parigi almeno Bruxelles dove risiedono diversi parenti dei Zantoko. È proprio la presenza della famiglia in visita a Marly-Gomont a innescare più facilmente il lato umoristico della vicenda, una cricca che sembra appena uscita dalla Harlem dei '70 o da un film del filone blaxploitation, a contatto con i rozzi paesani dal naso rosso di Marly-Gomont. Il dottore ce la metterà tutta per superare gli ostacoli, dovrà lottare contro diffidenza, razzismo e opportunismo politico, ma nel risolvere la situazione la mano più grande arriverà dai suoi bambini, in particolare dalla giovane Sivi che riuscirà a mettere a frutto il suo amore per il calcio e per lo sport.

La cosa più interessante del film è che la storia è vera, narrata qui in un flashback da un ormai adulto Kamini, il figlio più piccolo del dottore, che nella realtà è divenuto musicista e che lo spettatore può ascoltare nel brano che accompagna i titoli di coda di questo film, tanto semplice e delicato da essere adatto anche a un pubblico di giovanissimi.

domenica 13 novembre 2016

I RIBELLI DI CUBA

(di Guido Nolitta, Mauro Boselli e Orestes Suarez, 2010)

Sembra che sia la trasferta l'elemento che accomuna gli ultimi Texoni degli anni '00, dopo le paludi della Florida e le pampas argentine il nostro ranger prenderà il mare alla volta di Cuba, patria dell'illustratore di questo Texone: Orestes Suarez. Come lo definisce scherzosamente anche Sergio Bonelli dopo un primo incontro, Orestes Suarez divenne presto il nostro agente all'Havana per la casa editrice; proprio su un soggetto di Bonelli (firmatosi al solito Guido Nolitta) Mauro Boselli prepara una sceneggiatura ambientata in parte nelle paludi della Louisiana e in parte nell'isola di Cuba, magistralmente resa dalle matite dell'autoctono disegnatore. Ambientato durante la guerra dei dieci anni, I ribelli di cuba più che nella suddetta guerra va a scavare nelle temibili credenze legate alla religione del vudù, mettendo pericolosamente Tex Willer di fronte a seguaci e santoni di tale fede. Mastro André è il sacerdote vudù tramite il quale un ben più potente maestro della Santeria cubana cerca di perseguire i suoi voleri nella lontana Louisiana. Lo stesso André, con la minaccia di un wanga, la nota bambolina vudù, costringerà il servo nero Etienne a rapire il figlio del suo padrone, il giovane Matt Picard. Sarà una vecchia conoscenza dei fan di Tex, il messicano Montales, a consigliare al padre del fanciullo, Henri Picard, importante uomo politico, di rivolgersi al Texas Ranger per risolvere la situazione. Faccenda spinosa nella quale si intrecciano la lotta per l'indipendenza del popolo cubano dai dominatori spagnoli, interessi personali, traffico di armi, l'intervento degli Stati Uniti e l'annosa questione sulla schiavitù, da poco abolita negli States e ancora in vigore su buona parte dell'isola. L'impianto storico-politico è sicuramente uno dei fattori più interessanti della storia narrata da Boselli che non difetta neanche in azione e mistero venato dall'aspetto sovrannaturale. Ma chi conosce la filosofia del ranger ormai saprà che non c'è mistero che una buona pallottola non possa dipanare o avversario che non possa ammansire.


Dopo le prove degli italianissimi Frisenda, Filippucci, Mastantuono, Alessandrini, Ambrosini e De Angelis, il Texone ritorna nelle mani di un artista internazionale in Italia già conosciuto per aver lavorato sulle pagine di Mister No. È una grande prova quella di Suarez che coglie nel segno con la superba interpretazione dei rituali del vudù e in quella delle fattezze dei suoi adepti di origine nera. I volti folli, il terrore, gli sguardi spiritati e poi le inquadrature cinematografiche, la vita nei campi e quelli che sembrano essere gli omaggi alla Mamie di Via col vento e alla relativa proprietà: Tara. Nei volti larghi di Suarez, in quelli più deformati dalle espressioni forti, mi sembra di vedere addirittura qualcosa dei tratti di Richard Corben, il suo è un Tex massiccio, all'apparenza uno dei più inamovibili portati sul Texone. La miseria, la lordura e la violenza traspaiono chiaramente dalle tavole dell'artista cubano, così come viltà e coraggio. Ottimo lavoro è fatto sui luoghi di Cuba, sui suoi locali, sulle vedute, sugli interni così come sulla foresta, in un'esemplare rappresentazione nello stile di un sud padronale.

Un lavoro di alta caratura che fa sperare che le trasferte di Tex continuino ancora nei prossimi volumi.


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