martedì 24 gennaio 2017

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lunedì 23 gennaio 2017

OCEANIA

(Moana di Ron Clements e John Musker, 2016)

Non so perché ma a casa nostra Tranquilla, uno dei pezzi musicali di questo Oceania e prossimo tormentone Disney, è diventato Tranzolla e scappa di cantarlo di continuo. È tutto ok lo so tranzolla, non mi serve il tuo grazie perché, ti risponderei si ok tranzolla, etc., etc.

Quando uscì Frozen mi dissi deluso dalla nuova pellicola Disney, troppo cantata a mio avviso, troppe canzoni di qualità discutibile che di certo non sarebbero rimaste con noi per molto tempo. Bene, si sente ancora adesso cantare i pezzi di Frozen ovunque, il film è stato apprezzatissimo, guardando anche al merchandising gli incassi fanno girare la testa. Previsioni sballatissime, degne del miglior pendolino di Maurizio Mosca. Premettendo che Oceania mi è piaciuto molto più di Frozen, devo dire che, a causa anche di un'aspettativa questa volta molto alta, e vai a capire perché, il mio giudizio potrebbe essere pressoché lo stesso, almeno per quanto riguarda l'impianto musicale e l'impatto che lo stesso ha sul ritmo della narrazione, a mio avviso eccessivamente spezzato dai brani. Ora, vista la figura di merda fatta con Frozen e in virtù del fatto che a casa almeno due volte al giorno cantiamo Tranzolla, il parallelismo mi sembra chiaro e azzarderei questa volta a pronosticare un grande successo per Tranzolla e per gli altri brani della colonna sonora, per il film, che a mio giudizio, ripeto, è migliore di Frozen, e ovviamente per il merchandising tutto.

Detto questo sono uscito dalla sala con un pelo di insoddisfazione. Ora lo so che a te piace tranzolla, non critico il film, ma dai (scusate, era mia figlia). La storia non è male, i personaggi sono indovinati e piacciono (e sono praticamente quasi sempre solo in due), il lavoro tecnico è per diversi versi sbalorditivo e originale è l'idea alla base della spalla comica (e mi riferisco al tatuaggio parlante di Maui, non al gallo scemo). Che poi se il tatuaggio fosse stato sulla spalla avremmo avuto il primo caso letterale di spalla comica al mondo. Eppure non so, qualcosa di indefinito mi fa storcere il naso. Si lo raddrizzo ok tranzolla, non è così storto dai, ma cosa dici, ok tranzolla (a mia figlia non piace quando storco il naso). E allora cosa c'è che non va? Non devi rispondere tu tranzolla, perché non te ne vai di là, vai a dormire un po' tranzolla (scusate). Penso che in definitiva sia un problema mio, i cartoni troppo cantati non mi fanno impazzire, alle Principesse Disney preferisco dei tipi qualsiasi come Ralph Spaccatutto o Rabbia o Mr. Incredible o Flash il bradipo per dirne tre a caso (si sono quattro, ok tranzolla), e quindi a voi il film potrebbe piacere anche tantissimo. Vaiana è una principessa tranzolla, lo dice anche Maui dai, c'ha il vestitino e il gallo tranzolla, lo dice anche Maui sai (mia figlia dice che non sembra una principessa).


In fin dei conti Vaiana è un bel personaggio, poco importa che noi non la si sia potuta chiamare Moana per ovvi motivi, non te li spiego ok tranzolla, lascia perdere su dai, vai a dormire ti ho detto tranzolla (voleva sapere perché Moana no), Maui funziona bene, la morale, pur con le dovute varianti, è risaputa ma non è che sotto questo aspetto ci si possa inventare chissà che, plauso grande all'animazione, acqua, capelli, colori, tatuaggi, uno spettacolo. Eppure...

È una rece di merda tranzolla, ok non infierire dai, l'avresti scritta più meglio tranzolla, più meglio non si dice lo sai.



PS: le parti in corsivo vanno ovviamente cantate sulle note di Tranzolla.

LOTTERIA DELLO SPAZIO

(Solar lottery di Philip K. Dick, 1955)

Philip Kindred Dick arriva al suo primo romanzo nel 1955, dopo aver pubblicato circa una settantina di racconti di fantascienza. Quello che era nelle intenzioni dello scrittore fu probabilmente spazzato via dal buon successo di questo suo primo libro, Lotteria dello spazio, conosciuto anche come Il disco di fiamma e, in lingua originale, come Solar lottery o anche World of chance. Da quel che si deduce dalle biografie scritte su Dick, nelle quali diversi accadimenti sono sottolineati da un senso di labile ipoteticità dovuta alle precarie condizioni mentali dell'autore, il reale interesse dello scrittore di Chicago sembrava essere quello di inserirsi nel filone mainstream della letteratura, considerato ai tempi più autorevole e rispettabile se paragonato agli scritti fantascientifici, bollati con poca considerazione come mere letture di consumo (da supermercato o di cassetta diremmo oggi), con lo stesso disprezzo con cui lo stesso Dick venne in passato considerato poco più che un imbrattacarte. Purtroppo per lui i vari tentativi di pubblicare romanzi che esulavano dal genere fallirono uno dopo l'altro, costringendo Dick a riversare tutto quel che aveva da dire su rapporti umani e società nei suoi romanzi di fantascienza, sui quali influirono in buona misura anche la sua crescente schizofrenia e i suoi deliri paranoidi.

Lotteria dello spazio è quanto di più lontano possa esserci dai filoni epici dell'esplorazione spaziale, dalla space opera più avventurosa o dal concetto di un'umanità avanzata e perfetta, si avvicina invece più al pessimismo delle distopie, magari presentate con una bella mano di vernice fresca a indorare la pillola, Dick ci mette di fronte alle carenze dell'uomo, alle sue ingiustizie più che a utopiche future prese di coscienza. In tutto questo, gli interessanti spunti di riflessione forniti dall'opera si rivelano anticipatori (nel 1955) e per certi versi attuali e allo stesso tempo amaramente ironici per quella che è la realtà di oggi.

Nel 2203 in una società futuristica governata da un sistema per noi a dir poco rivoluzionario, sussistono strani fenomeni e credenze superstiziose, in apertura di libro si legge: un insolito volo di cornacchie bianche sui cieli svedesi, un'inspiegabile sequenza di incendi distrusse circa metà degli edifici della corporazione Oiseau-Lyre Hill, una delle industrie più importanti di tutto il Sistema Solare. Piccole pietre sferiche caddero vicino alle installazioni del campo di lavoro su Marte. A Batavia, sede del Direttorato della Federazione dei Nove Pianeti del Sistema Solare, era nato un vitello di razza Jersey con due teste: un segno indiscutibile che qualcosa di importante stava per accadere.

Eppure è un mondo d'ordine quello in cui vive il protagonista Ted Bentley, un mondo che proprio per gli eventi sopra descritti per lui andrà gambe all'aria. È un mondo in cui l'ingiustizia è debellata e dove anche la più alta carica del Sistema Solare, quella del Quizmaster, è affidata al volere dell'Urna, una sorta di scelta casuale, di vera e propria lotteria, a cui tutti i cittadini classificati (che neanche lontanamente equivale a dire tutti i cittadini) possono partecipare sperando di salire nella scala sociale. Quello del Quizmaster è un ruolo di enorme potere, proprio per questo, una volta eletto, è possibile per gli altri pretendenti tentarne legalmente l'assassinio per mezzo di sicari atti al compito, impresa peraltro non propriamente facile in quanto il Quizmaster ha a disposizione un intero reparto di telepatici a suo servizio, ben preparati per fermare ogni aspirante sicario. Eppure a Ted Bentley questo sistema non sembra così equo, esclude tutti quei cittadini che non posseggono una tessera professionale e rendono schiavi delle corporazioni quelli che la posseggono, molti dei quali, dopo esser stati costretti a prestare giuramento a una corporazione, vivono serenamente in una beata indolenza, senza farsi alcuna domanda e senza mai preoccuparsi di ciò che accade al proprio prossimo più sfortunato.

Riflettendo sul tema dell'inclusione o su quello della schiavitù da capitale (traslato il tutto ai giorni nostri), sembra che Dick abbia voluto nascondere blandamente tra le sue pagine una critica alla nostra società odierna, proprio come se un libro pubblicato sessantadue anni fa fosse stato scritto ieri. È già avvilente vedere come uno scrittore proiettato in avanti come lo era Dick non avesse predetto grandi miglioramenti per la razza umana del 2203 (e per questo fortunatamente abbiamo ancora del tempo, magari non io ne voi che leggete), lo è ancor di più constatare come nonostante tutta l'acqua passata sotto i ponti, per alcuni e importantissimi versi, abbiamo forse fatto anche qualche passo indietro.

Inoltre, quel che può cambiare le sorti di ogni uomo (e abbiamo capito che con ogni uomo non intendiamo proprio ogni uomo) è un semplice gioco, un colpo di fortuna capace di catapultare in alto chiunque, senza che il fortunato vincitore si sia meritato alcunché e senza che nemmeno gliene sia stata data la possibilità, un terribile parallelismo alla piaga fatta di disperazione che oggi è il gioco d'azzardo, l'esponenziale moltiplicarsi di sale scommesse dentro le quali molti sfortunati ripongono le loro ultime speranze, cadendo nel vizio, spesso inconsapevoli, forti e solo di un'unica certezza, cioè che un'altra speranza loro non ce l'hanno (o nessuno è in grado di fargliela vedere). Resiste in questo mondo avanzato il legame con la religione, con la ricerca di qualcosa di più elevato; proprio il nuovo Quizmaster Leo Cartwright è il massimo esponente della fede Prestonita il cui nocciolo è la speranza teorizzata dal capostipite Preston che oltre il Sistema Solare conosciuto ci sia un pianeta, il Disco di fiamma, capace di accogliere l'umanità per iniziare una nuova vita, più semplice e libera, basata sulla cooperazione.

Se la critica di Dick era rivolta principalmente all'America degli anni '50, ormai avviata verso una spersonalizzazione dell'individuo all'inseguimento costante del benessere, del soldo e del consumo, colpisce ancor oggi quel giuramento fatto all'azienda, obbligatorio da parte del lavoratore che volesse avere una tessera professionale; e se oggi le cose sembrano all'apparenza quasi ribaltate in virtù di un precariato sempre più spinto, il gioco (o giogo) del potere è sempre lo stesso e mette il lavoratore in condizioni ancor più difficili e disumanizzanti. A conti fatti il mondo di Dick, che è un mondo democratico e libero in superficie, nasconde tutte quelle insopportabili magagne che ancora oggi nascondono le nostre democrazie che continuano a dirsi illuminate (certo non per tutti).

Pur non essendo tra i romanzi più celebri e celebrati di Dick, Lotteria della spazio, oltre a una narrazione comunque piacevole e coinvolgente, offre già tantissimi spunti di riflessione nonostante a una prima lettura sia evidente come lo stile di Dick non sia colto ne particolarmente ricercato, uno scrittore d'idea più che di forma.

domenica 22 gennaio 2017

STRANGER THINGS - STAGIONE 1

Di Stranger Things hanno parlato ormai tutti, chi più chi meno perlopiù in termini entusiastici e positivi, chi sostenendo come il pregio migliore della serie fosse quel tuffo di peso negli anni '80 della nostra infanzia (della mia e dei miei coetanei almeno), chi sottolineando, giustamente, il valore di un'opera che a prescindere dai modelli a cui indubbiamente guarda, ha trovato la sua strada per stare in piedi da sola. Tutte e due le tesi sono egualmente valide e vere, personalmente ho apprezzato la serie perché è riuscita a darmi semplicemente tantissimi momenti di vera gioia (uno a sequenza più o meno), che sia poi questa un'emozione riflessa, derivante dalla fruizione di un prodotto confezionato a bella posta per essere fruito (confezionato peraltro con viscerale passione), poco importa. Il transfert dalla visione presente a un passato ingenuo, pieno di sogni, alcuni anche terrificanti, a un'epoca in cui quei sogni per quanto strampalati sembravano realmente possibili, è stato fortissimo. Per alcuni versi è stato come tornare bambini, quando leggendo un passaggio teso sulle pagine di un libro di King, magari It ad esempio, ti giravi per controllare che alle tue spalle fosse tutto in ordine e che non ci fosse nulla in agguanto pronto ad aggredirti all'improvviso (cosa che mi è stupidamente capitata di fare anche guardando Stranger Things, che poi di così spaventoso non ha quasi nulla, almeno per il me adulto, ma il bambino...). È stato come tornare ai tempi in cui calarsi in un tombino aperto, che portava semplicemente all'interrato con i box di un condominio qualsiasi davanti alla scuola, sembrava un modo come un altro per dare il via a un'avventura sulle tracce di Willy l'Orbo. La serie dei Duffer Brothers, siano benedetti, oltre a risvegliare ricordi e allietarci con il fantastico gioco delle citazioni, ha il grande pregio di aver riportato in vita con forza intatta e con pari intensità quel sense of wonder (ogni traduzione per me non rende giustizia) che solo i bambini o i ragazzini riescono ad avere di fronte a una storia fantastica, meravigliosa, davanti a un bel libro, a un fumetto o a un film. L'unico dispiacere è stato non poter condividere la visione di questa serie con mia figlia che già ha avuto modo di confrontarsi con alcune delle opere ispiratrici di Stranger Things, purtroppo l'impianto narrativo messo in scena dai Duffer Bros risulta ancora troppo spaventoso per una bimba di dieci anni, tra l'altro anche un po' fifoncella a dirla tutta (la serie è bollata +13).


La definizione più semplice che mi viene in mente è connubio perfetto tra occhi e cuore. Tutti hanno parlato dei film che la serie ha omaggiato, della musica in stile Carpenter in colonna sonora, dei rimandi alle atmosfere dei libri di King (colpo di genio l'uso del font per il titolo della serie) e ovviamente dell'estetica. Quello che a me ha colpito molto, oltre a tutto quello di cui si è appena accennato, sono i particolari: quella macchina verde lì dove l'ho già vista? E quella familiare marrone? Quel maglioncino da dove spunta? È tutto un graditissimo ritorno al passato, dal punto di vista visivo ma anche e soprattutto nella costruzione di ruoli e personaggi per noi (sempre la famosa generazione) archetipici: il gruppetto di sfigati legati da amicizia indissolubile, la ragazzina, la sorella maggiore bellina (almeno per un ragazzo sdentato), i bulli, il ragazzo popolare, il fratello maggiore perso nelle cose sue, i genitori distratti, etc...

Poi, per chi non fosse un residuato bellico degli anni 80, Stranger Things è anche una serie con una bella storia, con ottimi personaggi interpretati in maniera perfetta (grande Winona e i ragazzi tutti), coinvolgente e appassionante. Ma a noi, bimbi degli eighties, tutto ciò interessa un pochino di meno.


giovedì 19 gennaio 2017

UOMINI E LUPI

(di Giuseppe De Santis e Leopoldo Savona, 1957)

A volte quelli che sono veri e propri documenti di un'epoca, episodi significativi di un'arte legati a un dato momento storico del nostro Paese o a un preciso movimento artistico (il neorealismo italiano), vengono dimenticati solo per essere riscoperti per alcuni versi attuali molti anni più tardi. Uomini e Lupi è ambientato nell'Abruzzo del 1956, girato nei pressi di Pescasseroli e Scanno durante le famose nevicate del '56 che resero difficile la vita a molte comunità. Si racconta un ambiente legato alla pastorizia e quella che era vista allora come una vera e propria piaga: la presenza di branchi di lupi affamati pronti a saltare alla gola delle pecore, bestie preziose per il sostentamento della gente di montagna. Il parallelo con il nostro presente non è ovviamente legato al lupo, risulta invece drammaticamente attuale la difficoltà oggettiva nella quale neve e gelo stanno calando oggi come allora le popolazioni del Centro Italia, già largamente provate dall'incessante sequela di scosse di terremoto che da diversi mesi a questa parte stanno rendendo loro la vita decisamente poco serena, terremoto che, neanche a farlo apposta, fa capolino anche nel film di De Santis pur se in maniera marginale.

Uomini e lupi è un film che è stato quasi rimosso dalla storia del Cinema nostrano, sono altri i capolavori a cui si guarda con ammirazione pensando al neorealismo, probabilmente anche con cognizione di causa, eppure dietro a questo film ci sono grandi nomi illustri a partire proprio da Giuseppe De Santis, regista anche del più famoso Riso Amaro che per temi ha diverse cose in comune con questo film (oltre alla presenza della Mangano). Al soggetto e alla sceneggiatura hanno lavorato colonne del nostro cinema dell'epoca, da Tonino Guerra a Cesare Zavattini fino ad arrivare a Elio Petri. Nel cast una vera e propria star dell'epoca, Silvana Mangano, e rappresentanze internazionali offerte da Yves Montand e Pedro Armendáriz.

L'Abruzzo del '56 è una terra bella e dura, poco lavoro e d'inverno condizioni proibitive per la gente di montagna. In più ci si mettono i lupi, si rende perciò necessario il mestiere del luparo, il cacciatore di lupi, pagato dai comuni, dai paesani e dai proprietari di bestiame per tenere al sicuro pecore, vacche e cavalli. Nel paese di Vischio arriva Giovanni (Pedro Armendáriz) con moglie e figlio al seguito, luparo che sogna di prendere un lupo vivo, per mettere da parte i soldi dei paesani e vendere il lupo a un giardino zoologico, operazione pericolosa ma dagli alti compensi. Lo stesso giorno in paese arriva anche Ricuccio (Yves Montand), altro luparo molto meno esperto e decisamente più guascone, interessato più alle grazie della bella moglie di Giovanni, Teresa (Silvana Mangano) e a quelle della giovane Bianca (Irene Cefaro), figlia del maggior proprietario del paese. Le rivalità tra i due inevitabilmente si scateneranno ma i veri avversari, per entrambi, continueranno a essere i lupi.


Il film è interessante come documento storico, tratteggia luoghi e situazioni in maniera accurata, regala bei panorami e almeno una sequenza realmente molto riuscita, quella dell'attacco dei lupi, ormai rosi dalla fame, all'interno del paese dal quale nasce un movimentato parapiglia davvero ben orchestrato da De Santis. Altro fattore, proprio del neorealismo, è il racconto delle condizioni di vita della gente, dei poveri, spesso più spensierati e sereni, e dei benestanti, rinchiusi in prigioni senza mura, intrappolati dalle questioni d'onore ancora in voga all'epoca e dalla mancanza di prospettive dovuta a provincialità e legami familiari difficili da spezzare. Bella anche la figura di Teresa, la più complessa e meglio tratteggiata insieme a quella di Ricuccio. Prezioso il messaggio di speranza, soprattutto oggi, l'inverno passa, sempre, anche quello del '56, inevitabilmente dovranno tornare sole e primavera.

Purtroppo i dissidi tra regista e produzione (Titanus), che decise di tagliare poco meno di una ventina di minuti al film, non ci permettono di vedere l'opera come realmente De Santis l'aveva intesa, il regista uscì amareggiato dalla vicenda tanto da disconoscere un'opera che non sentiva più interamente sua.


FUTURBRADI

Chi non muore si rivede...


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lunedì 16 gennaio 2017

HUGO CABRET

(Hugo di Martin Scorsese, 2011)

Qualche anno fa, all'interno del Museo del Cinema di Torino, ebbi modo di vedere la mostra dedicata a Martin Scorsese, per me uno dei più grandi registi viventi. Tanti i materiali utili a ricostruire l'infanzia, il rapporto con la famiglia, con la religione e con l'America del giovane futuro regista. Cresciuto a Little Italy, in Elizabeth street, a segnare l'immaginario di Scorsese arrivò il connubio conflittuale tra la fede, la vita religiosa e la violenza della strada, non a caso il sottotitolo di uno dei suoi primi film, il bellissimo Mean streets, recita: Domenica in chiesa, lunedì all'inferno.

Tra i vari materiali di scena, molti provenienti dal set di Gangs of New York, e cimeli personali della famiglia Scorsese, mi piacque molto un'installazione probabilmente più anonima ma significativa di quello che era, e ancora è, per me il cinema di Martin Scorsese. Lungo un grosso pannello vi erano allineati una dozzina di monitor, alcuni in alto, altri in basso. Al centro vi era rappresentata una enorme pianta di Manhattan (e di New York), con i suoi quartieri principali e le sue vie. Ogni monitor riproduceva alcune scene di un film di Scorsese, il monitor era collegato per mezzo di una segnaletica ad una strada sulla cartina, ad una zona che era quella nella quale si ambientavano le azioni riprodotte nel video. Un'idea semplicissima, un'idea davanti alla quale rimasi però incantato per moltissimo tempo, perché per me quell'installazione, lo ribadisco ancora una volta, era il cinema di Martin Scorsese: Newyorkese, vicino alla strada, intriso delle contraddizioni, spesso violente, della vita nella metropoli.

Detto questo, è noto come Scorsese, oltre che per queste tematiche, abbia passioni sconfinate per la storia del Cinema e per la musica, con un occhio particolare per il blues ad esempio. Hugo Cabret nasce proprio dalla prima di queste, un'amore viscerale per il Cinema, cosa che sembra quasi scontata per un cineasta di lungo corso come lo è Scorsese. Eppure, nonostante sia più che evidente la totale devozione alla materia trattata in questo film, Hugo Cabret mi ha dato l'impressione di un lavoro portato a termine con impegno da un regista lontano da casa, un uomo della strada che guarda sognante alla Luna che rimane lassù, lontana, mentre i suoi piedi sono ancorati a un marciapiede macchiato di sangue.


Non è un brutto film Hugo Cabret, non mancano gli spunti d'interesse soprattutto nell'omaggio ai primi passi del neonato Cinema, ai suoi primi vagiti nel fantastico grazie alle opere di George Méliès, uno dei più importanti innovatori della Settima Arte. Proprio nello scoprire poco a poco, passo dopo passo, le connessioni tra le vicende del giovane protagonista Hugo Cabret (Asa Butterfield) e quelle del genio Méliès (Ben Kingsley), ritiratosi da molto tempo dalle scene, si trova il lato più emozionante di un film altrimenti avvolto in un immaginario fantastico tanto sfarzoso e luccicante quanto artificioso, capace di appagare gli occhi ma dal sapore finto e stucchevole.

Mi sembra difficile credere che un'operazione come questa, sicuramente sincera e non priva di pregi, possa soddisfare il palato dell'amante del Cinema, così come non credo lo faccia con il fan dell'opera Scorsesiana. L'impressione è che Hugo Cabret possa essere considerato un buon film per ragazzi, una bella visione per famiglie e, se vogliamo vederla in quest'ottica, anche un film riuscito. Non di meno, con buona pace delle scenografie di Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo (premiati con l'Oscar) e di tutte le maestranze che si son portate a casa con merito ben cinque statuette tecniche, il film rimane uno degli episodi più innocui e meno convincenti della filmografia di un regista immenso. È innegabile come Scorsese abbia facilità a toccare le corde giuste al momento più opportuno, di certo non gli manca il mestiere, la parabola di ascesa, caduta e risalita (o riscoperta) del grande Méliès non lascia indifferenti, la laccatura patinata spruzzata sull'intero film è di quelle che Hollywood ama, la critica ha generalmente unito i puntini e apprezzato.

Non sono qui a voler fare la voce fuori dal coro, ma a volte anche dire che un grande rientra in un'onorevole medietà non è reato.


sabato 14 gennaio 2017

BOGART

L'altro giorno, era martedì, uscii di casa come tutte le mattine per accompagnare mia figlia a scuola, a piedi, cosa che mi permette sulla via del ritorno di fare un salto in edicola quando serve. Quel giorno diedi un'occhiata allo scaffale dei fumetti, acquistai il mio settimanale di cinema e televisione preferito, comprai le figurine dei Cucciolotti per Laura, tutto abbastanza distrattamente; tornai poi a casa, poggiai tutto sul tavolo e la giornata proseguì nella sua prevedibile routine. La sera, dopo il lavoro, rincasai e tra i vari discorsi mia moglie mi buttò lì ironicamente un: "hanno messo un volto nuovo in copertina questa settimana". Guardai bene la copertina della rivista, cosa che non avevo fatto in mattinata, e mi venne spontaneo rispondere: "beh, facce così oggi non ce ne sono più".

La faccia in questione era quella di Humphrey Bogart, dura e allo stesso tempo sofferente, sudata, un poco scomposta, imperfetta e viva, la sigaretta pendente da un'angolo della bocca, lo sguardo volto a guardare oltre. Non ce ne sono più di facce così, o quantomeno ce ne sono poche di così segnate, in quella maniera lì, non dal tempo ma dall'esperienza, dalla vita.

È strano pensare che quella faccia lì ce la regalò proprio Babbo Natale, la consegnò il 25 Dicembre del 1899 in quel di New York al signor Belmont De Forest Bogart e alla sua signora, Maud Humphrey che probabilmente mai avrebbero pensato che il volto del loro bimbo avrebbe campeggiato sulla copertina di diverse riviste ben centodiciassette anni più tardi, dopo averlo fatto chissà quante altre volte in precedenza. A portarlo via sarà invece la malattia, il 14 Gennaio del 1957, dopo un periodo di strenua lotta con la stessa, oggi lo ricordiamo volentieri, come fosse ancora qui con noi, a sessant'anni dalla sua scomparsa.

È la faccia di uno che sta bene da solo quella di Bogart, il piglio cinico, l'aria a volte persa, a volte sconfitta, come quella di diversi suoi personaggi, non a caso è proprio sua la faccia che darà vita sullo schermo a due dei protagonisti fondamentali dell'hard boiled, della scuola dei duri di letteraria memoria usciti dalle penne di Raymond Chandler e Dashiell Hammett, eroi nuovi negli anni 40, antieroi li chiamarono poi, moderni e accattivanti, autoironici, disincantati. I loro nomi? Philip Marlowe e Sam Spade, occhi privati (all'appello manca giusto il Mike Hammer di Spillane).


È la stessa faccia che non diresti mai adatta a una commedia, eppure, duttile sotto la direzione di un grande Billy Wilder (non senza problemi si dice e, visto il caratteraccio del nostro, non si stenta a crederlo), entra in un film delizioso come Sabrina, certo la parte non era pensata per lui, si rivela invece perfetto contraltare di un viso di rara perfezione ed eleganza come quello della magnifica Audrey Hepburn. A proposito di donne. Lo riguardo, proprio ora mentre sto scrivendo, non era bello, proprio no, ma le qualità di quel volto, quell'aria di chi ha lavorato e di gavetta ne ha fatta (e Bogart ne ha fatta), riuscì ad ammaliare anche Lauren Bacall, venticinque anni più giovane di lui e di una bellezza innegabile.

Quanto valore è riuscita a dare quella faccia a un cappello, a un impermeabile, a una sigaretta o a una notte avvolta nella nebbia? Più che a tutto il resto Bogart ha contribuito a rendere immortali le figure del noir, da ambo i lati della barricata, prima al servizio di nomi più noti del suo (la lunga gavetta), poi da interprete principale, da Una pallottola per Roy in avanti passando per Il mistero del falco e Il grande sonno. "La faccia" diventa addirittura protagonista in La fuga di Delmer Daves, appartiene a un criminale in fuga costretto a farsela rifare chirurgicamente per sfuggire alla giustizia, una faccia che lo spettatore vede solamente quando "diventa" quella di Bogart.

Chissà se qualcuno, quando la sua carriera era agli inizi, ha mai posto a Bogart la scontata domanda "ma tu, con quella faccia lì, dove credi di andare?". Sembra ovvio oggi come la domanda non necessiti risposte.

giovedì 12 gennaio 2017

VERSO L'OREGON

(di Gianfranco Manfredi e Carlos Gomez, 2011)

Il 2011 vede un doppio esordio sulle pagine del Texone. Se quello del disegnatore, cambiando esso ogni anno, era scontato, non altrettanto lo era quello dello sceneggiatore, ruolo che finora si erano sobbarcati Nizzi in primis e poi Boselli con un'unica incursione dell'outsider Gino D'Antonio. Al gruppo ristretto si aggiunge Gianfranco Manfredi che mette fine alle scorribande in terra straniera degli ultimi albi e porta Tex e Carson dal Texas all'Idaho e infine verso l'Oregon. Manfredi è un autore vulcanico, si è occupato un po' di tutto, è stato compositore, scrittore con all'attivo una bibliografia che conta poco meno di una quindicina di romanzi e diversi saggi musicali, attore in una decina di film e sceneggiatore per il cinema, cantante con otto album alle spalle e poi, ovviamente, sceneggiatore di fumetti, apprezzato per la sua perizia storiografica, creatore di Gordon Link, Volto Nascosto e Shangai Devil e del più recente Adam Wild, noto soprattutto per la sua creatura più celebre in casa Bonelli: Magico Vento.

Al momento di scrivere il Texone Manfredi ha già dimestichezza con il metodo di lavoro in Bonelli e anche con il Texas Ranger, i suoi predecessori vanno sul velluto e lasciano lo scettro del comando in mani capaci. Manfredi non delude, portando una ventata d'aria fresca mettendo al centro della storia un manipolo di donne in cerca di un pezzo di terra dove stabilirsi e, al contempo, inscenando un'avvincente caccia all'uomo alla quale Tex e Kit non si sottraggono. La figura femminile nel Texone era stata così centrale forse solo in occasione dell'albo disegnato da Jordi Bernet con la sua splendida Lola Dixieland, torna ad esserlo ora grazie al drappello di donne caparbie e dinamiche affidate alla guida della signora Emma Benson, decisa a portarle sane e salve in Oregon dove dovranno incontrare i loro futuri e onesti mariti.

Lo spasso maggiore, oltre alla vicenda legata alla fuga dell'assassino Kevin Fletcher, sono i battibecchi tra Tex ed Emma, una vera furia che anche il ranger fatica a tenere a bada lungo il percorso verso l'Oregon che incidentalmente è lo stesso che sta percorrendo Kevin Fletcher.

A disegnare il tutto, signori e signore, c'è Carlos Gomez, creatore di Dago, uno dei pochi personaggi che per solidità e carisma non sfigurerebbero messi vicini allo stesso Tex, anzi, per complessità e sfaccettature sarebbe capace anche di eclissarlo un poco. Chi ha avuto la fortuna di leggere qualche storia di Dago e ammirare le tavole di Gomez conosce la caratura dell'artista, grande confidenza con la figura femminile, all'apparenza a suo agio in qualsiasi tipo di ambientazione, preciso, pulito, evocativo, qui protagonista di una prova inappuntabile, un Carson magnifico e un Tex... beh, un Tex che è il Tex che ti aspetti, da capo ai piedi, forte, vigoroso, deciso, un Tex che se lo guardi bene ha gli occhi di Dago, come se fosse un po' suo figlio. O forse suo padre.

lunedì 9 gennaio 2017

ROCCO E I SUOI FRATELLI

(di Luchino Visconti, 1960)

Quando si scrive un commento a un film, soprattutto se questo è noto ed è già stato fatto oggetto di analisi di ogni tipo, si ha sempre un poco di timore nell'usare termini quali capolavoro o simili (almeno a me accade così), un po' per paura di ripetersi, un po' per quella sana ritrosia a rifugiarsi in facili scappatoie linguistiche. Non di meno di fronte ad alcune opere diventa quasi inevitabile alzare il tiro, anche con faciloneria, per inquadrare la caratura di un'opera di valore altissimo; quindi per questa volta soprassediamo e spendiamocela questa parola, che tanto non ne morirà nessuno. Rocco e i suoi fratelli è un capolavoro, senza se e senza ma.

Luchino Visconti, arrivato più o meno a metà del suo percorso da regista che ha fin qui prodotto ottime prove e altre ne produrrà in futuro, affronta con visione lucida e ammantata di una drammaturgia struggente quella che venne definita la questione meridionale. La traspone sullo schermo con grande veridicità e rispetto, proprio lui che nasce al nord da una famiglia di sangue nobile e che si porta appresso una sfilza di titoli nobiliari lunga quanto lo Stivale, racconta con amore incondizionato la famiglia Parondi, gente di Lucania che alla morte del capofamiglia è costretta a trasferirsi a Milano per raggiungere il primogenito Vincenzo (Spiros Focás), unico ad avere un reddito in grado di poter ridare dignità a una famiglia intera.

A scendere da quel treno, sotto la volta metallica della stazione di Milano Centrale, ci sono mamma Rosaria (Katina Paxinou) e gli altri suoi quattro figli: Simone (Renato Salvatori), Rocco (Alain Delon), Ciro (Max Cartier) e il piccolo Luca (Rocco Vidolazzi). Come da copione, ma esattamente come accadeva nella realtà, l'inserimento e l'integrazione nella nuova città e in una nuova cultura, non saranno facili, l'impatto sarà respingente non solo da parte dei milanesi, ma anche a causa della famiglia di Ginetta (Claudia Cardinale), fidanzata di Vincenzo e meridionale anche lei.

Più che alla questione meridionale, affrontata anche nel suo aspetto più nostalgico legato alla separazione forzata dalle proprie radici e dalla propria terra e qui affidato alla mitezza e alla malinconia del personaggio di Rocco interpretato da un gigantesco Alain Delon, si plaude alla costruzione drammatica di una vicenda densa, carica di significato e dalla forza narrativa a tratti quasi irricevibile nella sua intensità. È un'epica familiare quella messa in scena da Visconti, bagnata dal conflitto atavico instaurato da Caino e Abele e diluita in dosi d'amore incrollabile e incancellabile, fatta di vizio e debolezza come di forza e virtù.


- Ti ricordi Vincè, ti ricordi o capomastro quann comincia a costruì 'na casa? Getta 'na pietra sull'ombra della prima persona che se trova a passà.
- Perché?
- Perché ce vole nu sacrificio perché la casa venga su solida.

Il sacrificio è un punto nodale dell'intera storia: il sacrificio di un amore, quello di un fratello, quello di una speranza di un'esistenza migliore, il sacrificio di una vita. Quello che colpisce, oltre all'impianto narrativo drammatico, è l'adesione a tante piccole realtà che in quegli anni numerose famiglie hanno dovuto vivere sulla loro pelle, quante volte l'impossibilità di sfamare famiglie numerose, di adeguarsi a uno stile di vita molto differente dal proprio, portava alla nascita della pecora nera, al distinguersi in negativo dell'elemento debole a scapito dell'onore di un nucleo familiare intero peraltro onestissimo (e diversi fatti di cronaca ne portarono alla ribalta i vari risvolti)?


Nel descrivere le vicende dei Parondi, Visconti tenta di dare a ogni membro della famiglia il giusto spazio, privilegiando le figure di Simone e Rocco, ma concedendo un posto al sole a tutti, tanto che il film è diviso in cinque frammenti, cinque ideali capitoli, ognuno dei quali porta il nome di uno dei fratelli Parondi, ognuno di loro emblema di un carattere e di una funzione nell'intera vicenda. Vincenzo può considerarsi il ponte tra la vecchia e la nuova vita, il motore che dà il via a tutto, Rocco è amore e altruismo sconfinato, il lato bello ma malinconico di tutte le cose, forse addirittura della vita stessa, Simone è debolezza e vizio, la fallibilità dell'essere umano, Ciro è solidità e serietà, il lato un po' rigido e inquadrato dell'uomo, Luca è l'innocenza e il futuro, in cerca di esempi, figura meno centrale ma fondamentale se riferita al compito importantissimo di tutti gli altri che da buoni fratelli maggiori hanno responsabilità infinite verso la nuova generazione. In Rocco e i suoi fratelli c'è un po' tutto l'Uomo.

C'è anche un grande cast, Delon e Salvatori su tutti, perfetti e insostituibili nei loro ruoli, impressiona per bravura un Salvatori forse troppo spesso ricordato per i suoi ruoli più leggeri in film come Poveri ma belli o I soliti ignoti (grandissimi film comunque) e che qui dimostra di essere un grande attore drammatico. Indimenticabile anche la prostituta Nadia interpretata da Annie Girardot che sarà l'ago della bilancia dell'intera vicenda, ruolo importantissimo e scritto meravigliosamente tanto, se non più, di quelli dei protagonisti maschili.

Ci sarebbe ancora tantissimo da dire, sensazioni ed emozioni da esplicitare, il mio consiglio è però quello di viverle in prima persona e, per chi non l'avesse mai fatto, quello di andare a guardarsi questo film. A me non resta che spendermi ancora una volta una sola parola: Capolavoro (sì, con la maiuscola).


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