mercoledì 18 ottobre 2017

BRADI PIT 155

Oh santa pazienza...


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martedì 17 ottobre 2017

CAOS CALMO

(di Antonello Grimaldi, 2008)

La rappresentazione fredda e composta del dolore provato in seguito alla morte di una persona cara non è sempre facile da digerire, nemmeno in un'opera di finzione; questa riflessione mi sorse già diversi anni addietro quando vidi al cinema La stanza del figlio di Nanni Moretti, casualmente (?) qui solo attore e unico vero protagonista del film diretto da Antonello Grimaldi. Con la visione di Caos calmo quella strana sensazione si ripropone, straniante nella stessa maniera, ma in qualche modo ora più accettabile, non saprei dire se a causa della struttura di questo film o a causa del semplice passare del tempo. In fondo chi può dire quale sia il modo giusto di reagire di fronte a una perdita enorme, chi ha il diritto di sindacare su come ognuno di noi debba gestire il proprio dolore, la propria sofferenza, ammesso che si sia capaci realmente di provarla?

Pietro Paladini (Nanni Moretti) sta passando una giornata al mare insieme al fratello Carlo (Alessandro Gassmann), improvvisamente ai due capita di doversi prodigare per salvare due donne in procinto di affogare. Mentre Pietro salvava Eleonora Simoncini (Isabella Ferrari), sua moglie moriva in un incidente domestico, lasciandolo da solo a confrontarsi con il suo dolore e con la figlia Claudia (Blu Yoshimi), bimba in età elementare.


È proprio la gestione del dolore da parte di Pietro il nodo di un film esistenziale e intimista, una gestione che sembra necessitare di uno stop totale alle abitudini e alle cose della vita quotidiana ma che sembra anche essere priva di sofferenza e di dolore. Dopo aver accompagnato la figlia a scuola, Pietro promette alla bambina, per tranquillizzarla dato il trauma da poco sofferto dalla piccola, di aspettarla per tutta la mattina al giardinetto davanti alla scuola, seduto su una panchina visibile dalle finestre della classe di Claudia. La situazione si ripete, giorno dopo giorno, Pietro si prende una pausa dal lavoro in un momento importantissimo per la sua azienda, una casa di produzione cinematografica in odore di fusione con un grande colosso americano, accompagna Claudia a scuola, scambia due parole con Maria Grazia (Manuela Morabito) madre di una compagna di Claudia, si siede sulla panchina e aspetta. E non soffre, almeno all'apparenza. Piano piano la vita si riempie di altre cose, nuove, semplici, la ripetizione di un giochino quotidiano messo in atto per regalare un momento di gioia a un bambino down, le chiacchiere con il gestore del bar davanti alla scuola, lo scambio di sorrisi con la bella ragazza che porta a spasso il cane (Kasia Smutniak). Il giardino sembra divenire il centro di un piccolo mondo tra il va e vieni dei personaggi di cui sopra, quelli di Marta (Valeria Golino), la cognata mezza matta di Pietro, di Carlo ed Eleonora, dei colleghi d'azienda (Silvio Orlando, Alba Rohrwacher) fino ad arrivare al presidente dell'azienda americana, Steiner (Roman Polanski).


Il titolo del film, caos calmo, sintetizza alla perfezione lo stato delle cose, è un film di sentimenti, anche se trattenuti, inesplosi e poco mostrati, è un film tutto sommato riuscito, nonostante la regia scolastica e dal sapore molto televisivo (Grimaldi ha fatto tanta televisione e si vede), e nonostante all'epoca della sua uscita si sia parlato praticamente solo della scena di sesso tra Moretti e la Ferrari, anche audace se vogliamo, comunque giustificata ma in fondo poco significativa. Moretti accentra su di sé l'intera vicenda, involontariamente, ed è giusto così, il Moretti attore è capace di rendere l'uomo credibile, nel suo (non) dolore, nei suoi ragionamenti, nelle sue azioni. Un bel cast, ingiustificata la presenza di Polanski (da dove sarà saltato fuori?), messa in scena povera ma funzionale per un film italiano in ogni caso da tenere in considerazione per un'eventuale recupero.

sabato 14 ottobre 2017

VERY POP BLOG - I MIEI ANNI 90


E sticazzi, negli anni 90 ero già quasi un vecchio. Ma soprassediamo, che poi tra l'altro non è proprio vero. L'amico carissimo di cui ora mi sfugge il nome... ah! ovviamente sto scherzando... ricominciamo, come diceva Pappalardo, pace all'anima sua. Come? Scusate, mi dicono che Pappa non è morto, scusa anche tu Adriano. Cerchiamo di fare i seri un attimino che qui l'argomento è topico (vedi vocabolario, please). Allora, che si stava dicendo? Ah, si, ecco, giusto... l'amico Marco Grande Arbitro mi ha invitato gentilmente a partecipare a questo simpatico excursus (di nuovo il vocabolario, grazie) sul viale dei ricordi, ideuzza ideata da quell'ideale ideatore di idee malsane che va sotto il nome di Moz. Di che si tratta? Non so, aspettate un attimo che vado a documentarmi... clessidra, clessidra, clessidra... si ok rieccoci, ecco fatto. Di che si tratta dicevamo? Trattasi di rimembrare di cosa ci si beava nel decennio in questione, andando a sfruculiare tra gli argomenti più disparati e dando una visione della materia vista con gli occhi del bambino che si era allora (seee, ci piacerebbe, bambino...), bene andiamo a cominciare. Beh, è una parola, la mia memoria è bruciata, non solo quella a breve, ma dovrei essermi tatuato qualcosa per ricordare, gli anni 90, dove sono..., ecco, me li sono appuntati sul culo, non riesco a leggere... ok, prendo uno specchio. Maledetti peli. Ecco, ci siamo. Quindi? Cosa mi si chiede con precisione...? Si.



Musica: beh, si era nel periodo rock, hard rock, grunge. Il Live at Donington degli AC/DC consumato in vhs, il glam rock degli Extreme (mio primo vero concerto a Milano, tour di III sides to every story, giù il cappello boys), l'amore viscerale per i Pearl Jam e per il grunge in genere, con un occhio di riguardo a Stone Temple Pilots (ciao Scott), Soundgarden (ciao Chris) e Alice in Chains (ciao Layne), puttana Eva che tristezza, son tutti morti, compreso Kurt, ci rimane solo Eddie, Dio l'abbia in gloria e ce lo preservi. Ancora vivissimo l'amore per i Queen, prima band di cui mi innamorai, altro morto, pomeriggi interi a studiarne i dischi, ricordo vivissimo quello del Freddie Mercury Tribute, evento dopo il quale le mie allora scarse conoscenze musicali si ampliarono tantissimo, era Pasquetta ricordo, non andai fuori con i miei amici per vivermi la diretta del concerto, una roba da brividi. Poi si aprì un mondo, mica posso parlare di tutto: Metallica, Dream Theater, Faith No More, Aerosmith, Korn... in Italia giusto Litfiba e Almamegretta, altro grande amore gli Oasis con tanti ricordi dei loro pezzi legati ai due viaggi più belli della mia vita, The division bell dei Pink Floyd, Blaze Bealey negli Iron (mah!), i concerti dei Too Rude al McRyan's e tantissimo altro, dal punto di vista musicale decennio spettacolare.



Cinema: decisamente più difficile qui ricordare qualcosa in particolare, soprattutto se intendiamo il Cinema in sala (e visto che dopo c'è la più generica categoria film...), più che altro sfruttavamo con mio fratello le tessere per il noleggio delle vhs, allora esistevano ancora i videonoleggi... però ricordo un bel periodo nei 90 durante il quale uscivo con il gruppo di amici di mio cugino e si andava spesso al cinema, ora tirare fuori i titoli è dura, non li ho tatuati tutti, sicuramente vedemmo tutti insieme Indipendence Day, Sleepers e chissà cos'altro. Iniziai ad andare a vedere anche i cartoni animati al cinema nei 90, grazie alla passione di mia moglie per la Disney, non era ancora mia moglie, lo diventò nel decennio successivo e lo è ancora adesso in quello successivo ancora. Impressionante, e la chiuderei qui.

Film: come dicevo, si andava giù di vhs, anche di cinema per carità ma meno, almeno nella prima metà del decennio, poi si sfruttavano anche le sale di seconda visione (ma ce ne sono ancora?). Comunque il primo film che mi viene in mente è, forse banalmente, Pulp Fiction, insieme a Le iene lascia un segno grandissimo, poi I soliti sospetti, Seven, Magnolia, Fargo, Clerks, Il grande Lebowski, Quei bravi ragazzi, Heat - la sfida, Leon, Trainspotting, Donnie Brasco, Carlito's way e chissà quanta altra roba ancora. C'è da godere anche qui...



Comics: nei 90 si ripresero le pubblicazioni legate alla Marvel in Italia, ricordo con affetto il mensile dell'Uomo Ragno edito dalla Star Comics con in appendice le storie degli X-Men, sicuramente lessi tanto Martin Mystère, fui folgorato dall'arrivo di Lazarus Ledd, poi ci fu il materiale di qualità altalenante proveniente dalla Image Comics (Spawn, Wildcats, Stormwatch, etc...), insomma anche qui troppa roba da elencare e ridurre a pochi nomi. Menziono ancora Alpha Flight di Byrne e le cosette di Malibù e Comics Greatest World's.



Videogames: mai stato un vero appassionato di videogames, mai posseduto una console a parte la Wii che uso pochissimo (ora niente), però nei 90 avevo ancora l'Amiga, con gli amici si giocava più che altro a Sensible Soccer, da solo o con mio fratello ad altre cose (International soccer?), Monkey Island, Lemmings, Arkanoid, Cabal, Toki e diverse altre cose più becere come Final fight? Non ricordo, quei due tipi che davano mazzate con le All Star della Converse, poi ancora Last Ninja III e quell'altro, cos'era? Golden Axe forse e poi Out run, sì, alla fine si giocava parecchio :)



Televisione: Inizio 90 lo Zio Tibia, tanto Wrestling WWF quando ancora i personaggi erano dei fighi e non solo semplici lottatori in mutande, Ken il guerriero più e più volte, Holly e Benji (e mi persi la finale con la Muppet che ero in vacanza e non avevo il tv), poi che c'era nei 90 in tele? Boh...



Cibo: ora un appunto all'ideatore Moz lo devo fare... ma che cazzo di categoria è cibo? Mangiavo la pasta, la carne, quello che mangiano tutti i cristiani, ora capisco che a te piacciono i gelati e ti piace provare pure le peggio schifezze al mondo, ma che cazzo di categoria è cibo? Nei 90, dopo un'infanzia passata coi nonni, ero stabilmente tornato a casa coi miei genitori, mia madre aveva smesso di lavorare con la nascita di mio fratello e quindi si poteva stare tutti a casa. Però essendo i miei nonni, che mi hanno cresciuto, come altri genitori per me, la domenica continuavo a mangiare da loro, non con la famiglia, solo io con i nonni, allora ricordo che mi nacque l'avversione in parte viva ancora oggi per il pollo (che mia nonna mi proponeva di continuo), però ho anche bei ricordi legati a una cucina casalinga che con quei sapori lì non c'è più (perché non ci sono più i miei nonni), la fettina ai ferri, quei bellissimi piatti di pasta e fagioli, a lengua mbuttonata (la lingua ripiena), il fottutissimo pollo arrosto, i torcetti bagnati nel vino (e sticazzi), gli stick fatti in casa, le palline colorate di zucchero sulla torta, la puzza dello stock messo a bagno sul balcone... quanti ricordi. Alla fine questa categoria non era poi così male devo dire, mi sono quasi commosso a ricordare tutta questa roba, vedi il Moz che all'apparenza sembra tirare fuori minchiate ma poi la sa più lunga di tutti noi, e grazie anche al Grande Arbitro per questa bella possibilità di mettere nero su bianco un po' di passato. A proposito di passato: le rollatine nel sugo.


Libri: Stephen King principalmente, avevo più di adesso un feeling con i classici, Dostojevski ad esempio, non so perché ricordo bene Jack Frusciante è uscito dal gruppo, in generale ho sempre letto molto, a ricondurre ad anni precisi i libri letti faccio fatica, i primi di Culicchia, l'incontro con Ellroy, una marea infinita di roba...

Shopping: ora passi il cibo, ma lo shopping? Andavo a fare la spesa all'A&O. Alla Rinascente si andava a fare sega, qualche musicassetta da Maschio o da Disco Shopping in C.so Traiano, i fumetti e anche diversi libri in edicola. La carne dal macellaio, i jeans alla Facit. Questa però fa veramente schifo, vi mando allegramente e con affetto a cagare tutti e due.


Life e Ricordo dell'epoca: incontrai mia moglie, non scendiamo in dettagli, please.

Vi ricordo le regole imposte dal Moz:
1- Elencare tutto ciò che per noi sono stati gli anni '90, in base ai vari macroargomenti forniti (nota: parlare del vissuto dell'epoca, non di ciò che il decennio rappresenta per noi oggi! Chi non era ancora nato può parlare invece per esperienze indirette!);
2- Avvisare Moz dell'eventuale post realizzato, contattandolo in privato o lasciando un commento in calce allo stesso post sul suo blog
3- Taggare altri cinque bloggers, avvisandoli.

Ed ecco i cinque fortunati vincitori.
1) Urz: non è un blogger, non scrive molto, lui sa chi è, ma se avesse voglia di partecipare al gioco pubblicherò io volentieri i suoi ricordi.
2) Pensieri Cannibali
3) e quindi anche White Russian
4) Frammenti e tormenti
5) Glo di La nostra libreria

giovedì 12 ottobre 2017

BLADE RUNNER

(di Ridley Scott, 1982)

Pur non potendo negare l'aura da film di culto che Blade Runner ancora oggi sprigiona con forza, non è difficile capire perché al momento della sua uscita nelle sale la pellicola abbia diviso critica e pubblico in fazioni opposte e avverse; a trentacinque anni di distanza non si è ancora giunti a una conclusione (impossibile da raggiungere) che possa definitivamente collocare Blade Runner tra i capolavori assoluti del Cinema o semplicemente nel reparto più ristretto del cult di genere, in questo caso fantascientifico o al limite neo-noir. I detrattori imputano al film di Ridley Scott principalmente carenza di ritmo unita a una trama non troppo convincente e articolata, punto di vista tutto sommato rispettabile, e una predilezione per l'impianto visivo più che per quello narrativo, in fondo Scott arriva dalla fotografia e dalla pubblicità, e anche in questa osservazione potrebbe esserci del fondamento. Di contro i fan del film esaltano proprio la componente visiva, indubbiamente forte e vincente, unita alla profondità dei personaggi (se ne può discutere) e alle varie riflessioni esistenziali che il film può sollevare, anche questi aspetti indubbiamente interessanti e condivisibili.

A mio modesto parere, come spesso accade, la verità sta nel mezzo, e tutti gli aspetti relativi al film venuti fuori da ampie analisi critiche sono parimenti accettabili. Il ritmo della narrazione è indubbiamente lento, potrebbe far storcere il naso a più di uno spettatore "moderno" o giovane (con questo non voglio dire che...), abituato magari a ben altro incedere, teniamo però conto che parliamo di un film che non supera le due ore, è pur vero che la soglia d'attenzione umana non è altissima ma dovremmo ancora essere capaci di concentrarci per un tempo tutto sommato contenuto nonostante sullo schermo non si avvicendino a frequenza elevata scene di sesso, violenza, esplosioni, inseguimenti. Uomo, you can do it. Superato questo scoglio, passiamo alla trama. Vero anche qui che non c'è da gridare al miracolo, nulla di davvero particolare ma è anche vero che i personaggi, i replicanti nella fattispecie, sono affascinanti e sollevano dilemmi morali su argomenti quali autocoscienza dell'essere sintetico, intelligenze artificiali e compagnia cantante, temi oggi sempre più attuali e interessanti, lo facevano già nel 1982, caricando anche di una sorta di romanticismo personaggi che si rivelano tutt'altro che fredde macchine e che, anche se poco tratteggiati, riescono a lasciare il segno in poche e riuscite sequenze, e penso soprattutto al Roy Batty interpretato da Rutger Hauer che sdogana nell'essere artificiale la compassione, il perdono, l'amicizia, il dolore e la rassegnazione, personaggio additato da molti come figura metaforicamente cristologica, alcuni simbolismi confermano, forzandola un po' l'intuizione potrebbe anche essere pertinente.


Per rimanere sul pezzo: la citazione estrapolata dal contesto la conoscono anche i muri, inserite all'interno del film le parole pronunciate sul finale da Batty hanno effettivamente una carica emotiva molto forte, parole giustamente divenute eterne nell'ambito della storia del Cinema: Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi... navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione... e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser... e tutti quei momenti andranno perduti nel tempo... come lacrime nella pioggia... è tempo di morire. E chinato il capo spirò. E intanto una pioggia incessante cade sul capo biondissimo di Batty, sul suo volto e sul volto del suo antagonista, il cacciatore di replicanti Rick Deckart (Harrison Ford), una colomba bianca spicca il volo, e non capiamo chi stia piangendo per chi, le lacrime si perdono davvero in una pioggia nitida della quale ci sembra di percepire ogni singola goccia, immagine perfetta. Ed è effettivamente per le immagini, per la confezione, per i tagli di luce, per le scenografie, per il connubio perfetto tra le musiche e quel che scorre sullo schermo che Blade Runner può considerarsi un vero capolavoro, da questi punti di vista il lavoro fatto da Scott e dalla sua squadra è oggettivamente inattaccabile.


Le panoramiche dall'alto sulla Los Angeles del 2019 rimandano a un futuro oscuro e cupo, tecnologizzato, scendendo verso il basso la visione della città è stupefacente tra veicoli volanti, immagini pubblicitarie iconiche (il volto della ragazza asiatica) e finanche un uso sapientissimo del product placement, credibile, anche bello e (immagino) remunerativo, tra loghi di Coca Cola, Atari e Budweiser. A livello della strada la città è sporca, ci mostra una società multiculturale a prevalenza asiatica, buia, illuminata solo dai neon delle attività commerciali, povera. Chi ha potuto è scappato sulle colonie fuori dalla Terra, luoghi dove si usano come forza lavoro i replicanti, uomini artificiali forti, resistenti e intelligenti, dalla vita però limitata nel tempo. I replicanti che evadono dalla strada per loro tracciata vengono ritirati (eliminati) dal corpo di polizia Blade Runner del quale Rick Deckart è un ex esponente ora richiamato in attività proprio per fermare quattro di questi replicanti fuggiti e ormai autocoscienti. L'incontro tra occhio e orecchio crea un piacere duplice e allo stesso tempo unisono, la colonna sonora di Vangelis è impeccabile e dona una profondità aggiuntiva alle sensazioni provocate dalle immagini del film, connubio assolutamente prezioso. Splendida la fotografia nell'uso espressivo della luce e delle ombre.

Quindi? Capolavoro? Film di culto? Non lo so e neanche importa, sicuramente tassello importante per la fantascienza ma anche per il Cinema tutto, film indubbiamente da vedere, rivedere, magari rivalutare in attesa di dare un'occhiata al recente sequel a opera del regista Denis Villeneuve da pochi giorni nelle sale. Stay tuned.

martedì 10 ottobre 2017

BRADI PIT 154

Mallo si prende la scena!


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sabato 7 ottobre 2017

A-Z: ANTIMATTER - LIGHTS OUT

È una sirena d'allarme quella che ci introduce al secondo lavoro della band britannica degli Antimatter, un suono che riporta alla mente gli allarmi preposti alle evacuazioni, i segnali d'annuncio di un attacco aereo imminente, tutte cose poco serene e rassicuranti, così come non lo sono le otto tracce contenute nell'album Lights out - "Luci spente" - titolo rappresentativo di una perdita di fiducia e di speranza senza possibilità di recupero.

Il progetto Antimatter nasce nel 1998 dall'incontro del musicista Mick Moss con l'ex membro degli Anathema Duncan Patterson, entrambi compositori capaci di attingere a fonti d'ispirazione comuni nonostante la loro abitudine nel creare pezzi in maniera del tutto individuale e non collaborativa, pezzi che trovano poi, quasi incredibilmente, un amalgama perfetto all'interno di album dalla cifra stilistica assolutamente coerente. La via delle composizioni separate viene percorsa dal duo per l'assemblaggio del loro album d'esordio Saviour (2002) e riproposta l'anno successivo per questo Lights out.

L'album si apre con l'inquieta sirena già citata, il suono si scioglie progressivamente in un ingresso evocativo di tastiere ed elettronica minimale, la voce di Hayley Windsor ci introduce alle atmosfere pessimistiche delle liriche, contrastata in maniera perfetta dalle splendide chitarre acustiche di Patterson e Moss, di quando in quando il bip di uno strumento per monitorare i battiti cardiaci scandisce una tensione palpabile, fredda e rassegnata ad una visione nera dell'animo umano, puntuali raddoppi vocali e un verso significativo (Lights out and you hit the ground) chiudono la titletrack. Con Everything you know is wrong arriva il primo gioiello dell'album, giocato tra l'incedere di un piano oscuro, accenni di trip hop e voci misurate volte ad esprimere tutto il disincanto e la perdita di riferimenti che Moss, autore del brano, sintetizza in maniera ficcante nelle poche parole del titolo del pezzo che si concede anche una bella coda space rock. È ancora la voce della Windsor a illuminare l'oscura elettronica di The art of a soft landing, questo terzo pezzo conferma come l'ascolto al buio, in cuffia, sia quello migliore per apprezzare al meglio i raddoppi delle voci, le atmosfere oscure, i passaggi più tesi e corposi così come quelli più delicati di un album dal potenziale enorme, in questo brano brevi squarci industrial e passaggi che richiamano anche i Tool dello strambo (e sicuramente più ironico) Message to H.M. Expire richiama i suoni dei Massive Attack, una discesa nel disagio, forse nella follia verso una terribile soluzione finale: I've a solution, final solution. I passaggi da un brano all'altro sono calibrati alla perfezione lungo la creazione di un mosaico di pezzi dalle sfumature diverse ma con incastri a orologeria che uno dopo l'altro funzionano senza intoppi con precisione svizzera. L'uso sapiente dei tappeti elettronici e delle belle linee melodiche, le improvvise accelerate, gli ottimi inserti di basso (vedi In stone)  che contribuiscono a comporre un album di sicuro interesse, vengono compromesse soltanto, se proprio vogliamo trovare un difetto a questo Lights out, dall'assenza di luce nei toni e nei testi dei brani, composizioni di un pessimismo che potenzialmente potrebbe rivelarsi duro da digerire per diversi ascoltatori. Reality Clash segue i binari tracciati da diversi brani precedenti, presenta brevi passaggi di chitarra di forte impatto e sfocia ancora una volta in un misto di elettronica e trip hop. Con Dream, vera perla dell'album, si apprezza al meglio la seconda voce femminile presente in Lights out, quella di Michelle Richfield, fugacemente apparsa in Expire e In Stone, brano questo forse più canonico ma di grandissima bellezza. In chiusura la strumentale Terminal, pezzo che nasce delicato per andarsi via via a scomporre in passaggi più cupi e angoscianti per chiudersi ancora sul suono di un battito cardiaco filtrato da una fredda macchina.

Come sta a dimostrare la copertina del disco, la luce è flebile ed è lontana, persa in un mare d'oscurità, starà a noi trovarla in mezzo alla bellezza dei suoni oscuri propostici da Moss e Patterson, poi ci sono momenti in cui crogiolarsi in stati d'animo meno solari e sorridenti non si rivela per forza una brutta cosa. Allora, Antimatter, Lights out... spegnete le luci.



Lights out, 2003 - Prophecy

Duncan Patterson: voce, basso, chitarre, tastiera
Mick Moss: voce, basso, chitarre, tastiera
Hayley Windsor: voce (brani 1, 2, 3)
Michelle Richfield: voce (brani 4, 5, 7)
Jamie Cavanagh: percussioni addizionali

Tracklist:
01  Lights out
02  Everything you know is wrong
03  The art of a soft landing
04  Expire
05  In stone
06  Reality clash
07  Dream
08  Terminal

sabato 30 settembre 2017

UN VAMPIRO A NEW YORK

(di Alfredo Castelli e Franco Bignotti)

Nei numeri tredici e quattordici della serie dedicata a Martin Mystère, (Un vampiro a New York e La maledizione) si accantonano temporaneamente i grandi enigmi della storia per dedicarsi a una delle figure principe della letteratura e del cinema gotico e horror: parliamo ovviamente del vampiro.

Dopo una sorta di spiegazione scientifica del fenomeno del vampirismo, legata ai sintomi della malattia della rabbia, è l'ispettore Travis a farla da padrone nella prima parte della storia. Dopo essersi consultato con l'amico Martin proprio sull'argomento vampiri, genere di cose che solitamente esulano dal campo d'interesse del concreto poliziotto, Travis torna a occuparsi dell'indagine che sta riempiendo le sue giornate, quella su un assassino seriale ribattezzato l'assassino del pugnale. Però l'interesse quasi maniacale di Travis per la figura del vampiro fa nascere più di un sospetto all'interno del piccolo gruppo composto da Martin, Java e Diana.

La figura del vampiro viene qui descritta da Castelli in maniera più umana e scientifica rispetto a quanto siamo abituati a vedere a proposito di questo tema, crisi d'astinenza, impulsi incontrollabili completamente slegati da qualsivoglia moto di malvagità e sopraffazione, a parte l'argomento trattato la costruzione di questo dittico di storie è abbastanza canonico, rientra nel genere del racconto d'investigazione con alcune immancabili sequenze d'azione, come affermato dallo stesso Castelli nei redazionali dell'albo, vengono accantonate per un paio di mesi quelle che sono le caratteristiche fondanti della serie di Martin Mystère per avvicinarsi un po' di più ad atmosfere che, seppur ripulite, sembrerebbero più adatte al collega Dylan Dog.

Onestamente una coppia d'albi tra i meno interessanti prodotti fino a questo punto per la serie, privi di spunti di interesse realmente degni di nota, anche il lavoro di Bignotti si assesta in una medietà poco entusiasmante, personalmente non amo in modo particolare le tavole di questo disegnatore che, seppur spesso abbastanza adeguate, non colpiscono il mio interesse né lasciano il segno. C'è poco da aggiungere per questa sortita nel mondo del detective dell'impossibile, ancora una volta non si può fare a meno di notare come alcune cose del buon vecchio zio Marty siano implacabilmente invecchiate con il passare degli anni.


giovedì 28 settembre 2017

LE CRONACHE DEI MORTI VIVENTI

(Diary of the dead di George A. Romero, 2007)

Come spesso è accaduto per i film a tema zombi di George A. Romero, anche questo Diary of the dead è un film teorico, corredato da una tesi e un messaggio, ed è proprio grazie a Romero se la figura dello zombi, oltre alla sua carica orrorifica, si porta spesso dietro un significato metaforico, se non sempre nella figura del non-morto vero e proprio, almeno nel contesto, negli uomini e nella società che gli girano intorno (vedi anche The walking dead giusto per citare l'esempio ai giorni nostri più celebre). Come dicevamo, Diary of the dead non fa eccezione. Questa volta il focus è centrato sull'informazione, vista e declinata in numerosi dei suoi aspetti, per alcuni versi anche storici, ma soprattutto attualissimi e adesi a quello che è il mondo odierno in cui siamo chiamati a sopravvivere ogni giorno.

L'incipit è quello della classica epidemia zombi, non si sa perché, non si sa come, il mondo impazzisce e i morti si rifiutano di accettare la loro condizione, tornano scatenando il panico e diffondendo il contagio a suon di morsi dispensati con grande generosità. Le prime avvisaglie del fenomeno arrivano dai servizi televisivi, ed è così che il gruppo di ragazzi protagonisti del film vengono a sapere della nuova situazione che si sta andando a creare. Da subito l'informazione risulta però veicolata, parziale o mistificata, così Jason (Joshua Close), studente di cinema, decide di riprendere tutti gli avvenimenti che il suo gruppo di amici si troverà ad affrontare nei giorni seguenti lungo il viaggio che intraprenderanno per ritornare verso la casa natale di Debra (Michelle Morgan), ragazza dello stesso Jason, al fine di caricare poi su internet una versione veritiera dei fatti.

Il film si regge proprio sul tema dell'immagine e dell'informazione, da subito scopriamo che il girato di Jason, prima di arrivare al pubblico, sarà montato e manomesso dalla stessa Debra con lo scopo di rendere il materiale più attraente e spaventoso, ulteriore alterazione della verità. Splendido il titolo scelto dalla ragazza per presentare il materiale: Death of death - La morte della morte. Per il resto Romero costruisce il film usando tutto lo scibile dell'audiovisivo: telecamere a mano, professionali o meno, immagini televisive, frame da telecamere di videosorveglianza, video registrati da cellulari, immagini da internet e quant'altro ancora.


Oltre alla pervasività dell'immagine e alla sua possibilità di venire volutamente alterata soprattutto in ottica di controllo dell'informazione, si riflette anche su altri due temi di altrettanta importanza: la possibilità che un sovraccarico da informazione come quello a cui tutti siamo sottoposti ogni giorno possa creare una vera incapacità di discernere e quindi occultare (anche volutamente) quelle che sono le verità, e, forse a livello emotivo cosa ancor più spaventosa, la distruzione continua dell'empatia e la creazione di un'abitudine sempre più priva di compassione nel percepire attraverso l'immagine e l'informazione anche gli eventi più crudeli, terribili e dolorosi che il mondo ci sottopone. Sempre più confusi, disinformati e anestetizzati a tutto. Un film teorico come si diceva, con teorie non da poco.

Archiviata la tesi, devo ammettere di aver trovato il film più interessante che bello. Dal punto di vista prettamente horror, dello spavento, non ci ho visto niente di così riuscito o innovativo (a parte la sequenza con l'amish muto e un paio d'altre cosette), tutto è creato in maniera diligente e professionale, nulla da dire, ma la storia in se non ha suscitato in me particolari emozioni. In più l'utilizzo continuo della camera a mano, avendo visto il film su uno schermo abbastanza grande, mi ha creato non poco fastidio, ottima scelta per ricreare al meglio il senso di realtà ma anche quello di lieve nausea. Ad ogni modo Romero non tradisce, con profonda umiltà dedico a lui questo post a pochi mesi dalla sua scomparsa, augurandogli di cuore di non dover ritornare.

mercoledì 27 settembre 2017

BRADI PIT 153

Bradi Pit e il genere action.


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lunedì 25 settembre 2017

LETTERE DA IWO JIMA

(Letters from Iwo Jima di Clint Eastwood, 2006)

Seconda parte del dittico realizzato da Clint Eastwood sulla battaglia di Iwo Jima, episodio chiave della guerra del Pacifico e cruenta battaglia disputatasi tra marines americani e soldati dell'esercito imperiale giapponese. Se nel film precedente, Flags of our fathers, il regista ci mostrava il punto di vista statunitense sull'episodio storico, mettendo al centro della narrazione la conquista simbolica dell'isola tramite la posa della bandiera a stelle e strisce, qui abbiamo il suo contraltare grazie al punto di vista giapponese dell'intera vicenda, durante la quale mai si parla dell'episodio al centro di Flags of our fathers, episodio ovviamente ininfluente per i soldati giapponesi di stanza a Iwo Jima e che qui intravediamo di sfuggita giusto in un paio di frame. La scelta intelligente di Eastwood è stata quella di girare due film che trattano la stessa materia ma non speculari, trovata che ha evitato un potenziale calo di interesse nella visione della seconda pellicola, calo che fortunatamente non si avverte mai lungo l'intera durata del film.

Preferendo un tono più umano e intimista, Lettere da Iwo Jima si rivela tra i due l'episodio più riuscito, Eastwood con una sensibilità illuminata riesce a calarsi nei panni dell'avversario e giustamente lo dipinge esattamente come fosse uno dei ragazzi americani mandati dal proprio Paese alla guerra, un nemico con cultura e abitudini diverse ma con le stesse identiche paure, le stesse preoccupazioni, le stesse priorità, gli stessi desideri e i medesimi affetti. Semplicemente uomini, spesso ragazzi, da ambo le parti.

Quello che forse differenzia maggiormente i due film è il senso di morte incombente e di sconfitta inevitabile che pervade i protagonisti di Lettere da Iwo Jima, abbandonati dal loro Paese che chiede ormai loro solamente di resistere e morire per il Giappone, soverchiati dall'apparato bellico americano infinitamente più potente e numeroso. La difesa della patria sarà comunque strenua, nonostante non tutti i protagonisti messi in campo provino il senso d'onore tipico dei giapponesi ne una gran voglia di immolarsi per il proprio paese, idea troppo volatile, finanche stupida per certi versi, se paragonata alla possibilità di tornare dai propri cari o a quella di vedere per la prima volta un figlio non ancora nato.


Anche nei singoli episodi presenti nel film, Eastwood sottolinea come ci sia crudeltà da ambo le parti così come qualsiasi schieramento sia capace di solidarietà e pietà, può sembrare banale ma il messaggio veicolato dal film, "il nemico è come noi", ha valenza assoluta, messaggio che purtroppo perde voce di fronte agli interessi che muovono le guerre e i loro orrori.

Molto riuscito visivamente, con una fotografia quasi monocromatica e sequenze dinamiche davvero impressionanti, ottima quella dedicata al primo attacco americano all'isola. Alcuni passaggi riportano alla mente segmenti di Flags of our fathers, come è giusto che sia, anche se il focus rimane sempre rivolto all'interno dell'uomo più che a ciò che gli accade intorno.

In definitiva i due film, presi nel loro insieme, non sono comunque il lavoro migliore di un regista che ha sfornato diversi capolavori, rimangono però un bello spaccato di ciò che può voler dire dover affrontare drammi più grandi dell'uomo stesso, magari anche inutilmente, è un tipo di Cinema che si spera possa lasciare il segno sulle generazioni a venire, perché alla fine il vecchio detto "non bisogna dimenticare" rimane comunque sempre valido.

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