sabato 18 settembre 2010

KITCHEN

(di Banana Yoshimoto, 1988)

Qualche anno fa, parecchi a dire il vero, parliamo del ’95 o ’96, lavoravo per una cooperativa di servizi che operava all’interno del Lingotto Fiere, struttura che ormai, lavorativamente parlando, è diventata la mia seconda casa. Infatti pur facendo altro ci lavoro tuttora. Ricordo che all’epoca mi capitava molto spesso di vedere qualcuno dei miei colleghi, tutti ragazzi molto giovani, intento nella lettura di questo Kitchen della Yoshimoto. Era un libro che andava molto di moda, il nome dell’autrice incuriosiva ma io non ebbi mai la spinta giusta per avvicinarmi a questa opera in quel momento in cui era così popolare.
La spinta giusta è arrivata più o meno l’anno scorso quando in un mercatino dell’usato vidi il libro dell’autrice giapponese in vendita a un euro. Memore dei vecchi colleghi così presi dalla lettura di questo agile volumetto lo acquistai mettendolo da parte (il prezzo ha aiutato).
Finalmente, passato ancora un anno, il libro l’ho anche letto. Non sapevo bene di quali argomenti il libro trattasse ma mi aspettavo qualcosa di molto leggero.
Perdita ed elaborazione del lutto. Di questo si tratta a occhio e croce. Non aspettatevi però un libro pesante, il tocco della scrittrice è leggero e non indugia su commiserazione e patimenti. C’è dolore ovviamente e ce n’è molto. Ma c’è anche tanta forza e, nonostante tutto, tanta vitalità. Le descrizioni degli stati d’animo e dei sentimenti dei protagonisti non sono resi da verbosi fiumi di parole ma anzi sembrano realizzate “in punta di penna”, con una certa dose di delicatezza. Le descrizioni dei luoghi, delle situazioni e dei “momenti” sono sempre efficaci, leggendo frasi di poche parole si riesce con facilità a visualizzare un luogo, un attimo, uno sguardo anche se si tratta di situazioni immerse in una cultura a noi lontana e per la maggior parte sconosciuta.
Per alcuni aspetti ci viene in aiuto il cinema orientale ormai diffuso anche qui da noi. Creare mentalmente alcune immagini “nipponiche” risulta più facile dopo aver visto i film di Kitano o, ad esempio, pellicole come Ferro 3.
Nella tradizione nipponica, per quel poco che posso averne capito, ha molta importanza l’elemento fantastico. Anche in questo libro alcune situazioni, e si parla prevalentemente di piccoli eventi, sono risolte in maniera inspiegabile e fantastica
Lutti, incontri di solitudini e distacchi definitivi non sono argomenti allegri e pure il libro scorre. I personaggi dei due racconti, Kitchen è solo il primo seguito da Moonlight Shadow, reagiscono in qualche modo, cercano forza nel prossimo quasi a colmare il buco lasciato da chi è passato nel mondo dei più. Riprendono a vivere.
Il succo è tutto qui e se vogliamo è molto, ma non c’è altro. Un accumulo di situazioni e momenti che tratteggiano i protagonisti e il loro confrontarsi con il dolore. Moonlight Shadow è un racconto scritto come tesi di laurea, Kitchen un libro d’esordio. Tutto sommato niente male direi.

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