domenica 20 maggio 2018

IL GATTOPARDO

(di Luchino Visconti, 1963)

Il film di Luchino Visconti tratto dal romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa è un prezioso documento storico, testimonianza di uno dei periodi di passaggio che hanno segnato la Storia del nostro Paese, nella fattispecie quello che vede il declino dell'aristocrazia a favore di una più aggressiva borghesia arricchita in seguito ai moti Garibaldini e all'annessione della Sicilia al Regno Sabaudo: siamo a un passo dall'unità d'Italia. Il Gattopardo è stato unanimemente riconosciuto dalla critica come uno dei film più importanti del Cinema italiano, opera da conservare e film apprezzato anche nel panorama internazionale, fatto sottolineato dalla vittoria della Palma d'oro al Festival di Cannes edizione 1963. D'altronde le firme dietro all'opera sono prestigiose: Visconti aveva all'attivo già film importanti come Bellissima, Senso e soprattutto il capolavoro sulla questione meridionale Rocco e i suoi fratelli (a mio modesto parere anche superiore a Il gattopardo), alla sceneggiatura hanno lavorato nomi come Suso Cecchi d'Amico e Pasquale Festa Campanile e le musiche sono firmate da Nino Rota. Ma forse a colpire più di ogni altra cosa sono le scenografie curate dal meno noto Mario Garbuglia, di uno sfarzo e di una ricercatezza davvero pregevoli, ma su questo ci torniamo più avanti, quando sarà il momento di partecipare al ballo.


Siamo nel 1860. I mille sbarcano in Sicilia, la situazione politica è in rapido mutamento, crolla il mondo dell'aristocrazia a discapito della nuova borghesia, dei proprietari terrieri, spesso ricchi e incolti, il Principe Fabrizio di Salina (Burt Lancaster) assiste con rassegnazione alla fine di un'epoca, il suo amato nipote Tancredi (Alain Delon) si unirà ai nuovi movimenti rivoluzionari, è per lui necessario "cambiare tutto perché niente cambi", necessario per mantenere i privilegi ai quali la famiglia è abituata da sempre, è necessario unirsi al nuovo che avanza per rimanere sulla cresta dell'onda e avere parte al nuovo assetto che deciderà il futuro del Paese. Ma è evidente fin da subito come la futura classe dirigente, qui rappresentata dal Sindaco Don Calogero (Paolo Stoppa), futuro suocero di Tancredi, sia corrotta e materiale, l'onore, la nobiltà anche dei gesti, la forma, vengono messe da parte, screditate in nome dell'interesse. In tutto questo, nel passaggio da una vita da nobili alla rivoluzione garibaldina, e poi da questa alle fila dell'esercito dei Savoia e al futuro Regno italiano, è inevitabile che il sentimento principe sia per chi si vede ormai sul viale del tramonto, la nostalgia. È con grande malinconia che Fabrizio di Salina vede il dissolversi di un'era, uomo che si vede ormai sorpassato, dalla società ma anche dalla vita, diventa così emblematico lo scambio di battute con la bellissima e giovane futura sposa del nipote Tancredi, interpretata da una sensualissima Claudia Cardinale. Anche dal punto di vista dei sentimenti, delle emozioni, nonostante le attenzioni della giovane, il Principe acquista consapevolezza, sa di dover cedere le armi, il suo tempo è giunto, la fine è vicina, nonostante la maestria di Visconti permetta al regista di non mostrarci la morte del protagonista, tutto è chiaro, la morte che nel libro viene descritta e che nel film ci viene mostrata a livello metaforico, è indubbiamente ineluttabile.


Come spesso usava nel Cinema di una volta, una vicenda tutta siciliana viene messa in scena da un cast di stelle internazionali. Il protagonista è interpretato dall'americano Burt Lancaster doppiato dalla bella voce di Corrado Gaipa, il nipote prediletto è il francese Alain Delon, grandissima stella già con Visconti (vero nobile ma d'origine lombarda) nel capolavoro Rocco e i suoi fratelli, la stessa Cardinale, emblema della Sicilia, è tunisina di seconda generazione e solo d'origine italiana, il Conte Cavriaghi, amico di Tancredi, è interpretato da Mario Girotti (in arte poi Terence Hill), veneziano e unico interprete al quale è stato affibbiato un doppiaggio un poco discutibile, nel cast compaiono anche dei giovani Giuliano Gemma e Ottavia Piccolo. Una ciurma eterogenea che però agli ordini del capitano Visconti risulta affiatata e in grado di dare corpo coeso a una narrazione per molti oltremodo lunga e sfilacciata. Pensiamo che la sola scena del ballo finale occupa circa un terzo della durata dell'intero film che lambisce le tre ore, eppure, ciò nonostante, si rivela essere anche la più riuscita e coinvolgente dell'intera pellicola. È qui che viene fuori la sontuosità delle scenografie, quell'attenzione al dettaglio, alla messa in scena e al decorativismo che era stata imputata al regista in riferimento ad altre sue opere precedenti, è un'attenzione che riempie gli occhi: gli arredi di palazzo, i costumi, i vestiti delle dame, le alte uniformi, i drappeggi, l'illuminazione dei luoghi, gli ambienti, finanche i movimenti dettati dai vari balli restituiscono l'impianto di un altro mondo, un mondo che oggi visitiamo per lo più al Cinema o in qualche vecchio palazzo reale adibito a museo. All'interno della lunga sequenza del ballo si sviluppa la scena che personalmente ho più apprezzato: Fabrizio di Salina contempla un quadro a tema e riflette sulla morte che quasi sente inevitabile, spiazza un poco il nipote Tancredi e la bella Angelica; la giovane adula il Principe, gli chiede di ballare, la situazione ha un pizzico di sensualità in più di quel che ci si potrebbe aspettare dal contesto, il Principe rifiuta la mazurka ma accetta un valzer, il nipote mostra del disagio, la fronte imperlata di sudore. Dopo uno splendido giro di valzer, l'occhio del Principe si attarda qualche secondo di troppo sulla fanciulla che si allontana in compagnia di Tancredi. La gioventù è andata da tempo, un'epoca è finita, anche lo stomaco non è più quello di una volta, cosa resta al Principe per potersi ancora beare della vita?

Se Il gattopardo è riconosciuto unanimemente come capolavoro per la preziosa documentazione storica di un mondo ormai scomparso, ancora una volta è il lato più umano e intimo ad assurgere ai più alti livelli d'interesse, sul finale più che a una classe in via d'estinzione, in fondo, è solo al Principe che si guarda.

mercoledì 16 maggio 2018

AVENGERS: INFINITY WAR

(di Anthony e Joe Russo, 2018)

"Tutto è collegato", recitava qualche anno fa lo slogan di una delle tante iniziative Marvel legate alle sue pubblicazioni a fumetti. Ora sembra che quel "tutto è collegato", che all'epoca aveva un che di misterioso e minaccioso, si possa ben adattare anche all'universo cinematografico della casa editrice, facendo però riferimento non a qualche evento tutto da svelare ma più semplicemente alla tanto amata/odiata continuity1croce e delizia di innumerevoli appassionati di comics americani. Ciò può essere spiazzante, e chiarisco subito. I primi due film dedicati a Thor mi hanno annoiato parecchio, di conseguenza non sono andato a vedere Thor: Ragnarok al cinema. Nella prima sequenza di Infinity War trovo un Thor con un solo occhio, Hulk e Thanos che se le danno di santa ragione e non colgo l'antefatto, probabilmente qualcosa che mi sono perso su Thor: Ragnarok ha dato il via al tutto, ho anche pensato per un millisecondo che il film fosse partito a cazzo per un problema tecnico, insomma, non mi aspettavo un collegamento di questo tipo e trovo che per il mezzo Cinema una scelta del genere sia un poco penalizzante.

Dopo un inizio vagamente spiazzante, si entra pian piano nella vicenda narrata in Infinity War, film che presenta un'idea di base ben scelta tra l'infinito materiale a disposizione negli archivi Marvel e che permette di dare ad alcune sequenze un tono molto epico, sottolineato poi dalla presenza di un villain di grande caratura, cosa che a molti altri film manca (vedi in casa DC ad esempio), parte qui affidata al Thanos di Josh Brolin. Di contro c'è da dire che una sceneggiatura del genere probabilmente anche mia figlia sarebbe riuscita quantomeno a imbastirla in un paio di orette, questo se solo non avesse avuto da studiare Storia dell'arte, materia che non le va giù tanto. Se in Marvel aveste bisogno per la seconda parte, chiamate quando mia figlia ha da fare inglese, di solito fa in fretta e un paio d'ore ve le può dedicare.


Detto ciò, il film è comunque ben realizzato e si rivela divertente, grazie soprattutto all'enorme quantità di personaggi coinvolti, alla regia ci sono i fratelli Russo che hanno già dimostrato di saper rendere al meglio le sequenze più dinamiche e tutte le scene action e di scontri tra supereroi, tutte cose delle quali lo spettatore di Infinity War può farsi una scorpacciata fino ad arrivare quasi all'indigestione. Lo spazio dedicato alle botte però inizia forse ad essere veramente troppo, non ci si aspetta che i cinecomics della Marvel siano Heimat, per carità, ma l'idea di porre un po' di attenzione in più a trama e sviluppo dei personaggi non sarebbe proprio da buttare nel cesso. Se poi le botte piacciono molto, allora tutto è magnifico, tutto è ben girato, effetti speciali all'altezza, non si esce certo dalla sala delusi. Infinity War è l'equivalente di uno degli ormai periodici mega eventi pubblicati dalla Marvel, se piacciono piacerà anche Infinity War, per chi preferisce invece leggere una serie scritta per benino l'equivalente potrebbe essere più il Daredevil di Netflix. Ora con tutti questi appunti potrebbe sembrare che il film non mi sia piaciuto, invece non è vero, il film è divertente e presenta anche alcuni passaggi un po' più seri e tristerelli, e non mi riferisco alla cenere svolazzante ovunque sul finale che tanto quella la rimetteranno a posto nel prossimo film, non l'avete mai letta una serie Marvel?


Gli aspetti più positivi sono legati proprio a Thanos, personaggio realmente impressionante, una sorta di Titano convinto che la prosperità dell'universo si possa garantire soltanto decimandone la popolazione e accrescendo quindi le risorse pro capite, un fottuto economista con un grugno da paura che però ha dei momenti davvero interessanti legati soprattutto al suo rapporto con la figlia adottiva Gamora (Zoe Saldana), membro dei Guardiani della Galassia. L'altro aspetto positivo, oltre al giusto mix tra azione e ironia ormai consolidato in casa Marvel, è il totale sdoganamento di personaggi nati sulle pagine a fumetti poco dopo la metà del secolo scorso nei confronti del grande pubblico; fino a qualche anno fa sembrava impensabile che si potessero portare all'attenzione delle masse un Pantera Nera, un Ant-Man e forse anche solo un Thor. Ora questi eroi in pigiama li conoscono tutti e noi fan di vecchia data possiamo fare un po' meno la figura dei coglioni.



1: La continuity è quell'elemento importantissimo nei fumetti Marvel, o più genericamente in quelli ambientati in un universo condiviso, per cui ogni evento che accade in una serie può essere collegato e influenzare quelli narrati in altre serie della stessa casa editrice. Tipo: se Spider-Man schiatta in un suo albo, sarà morto anche tra le pagine dei fumetti dedicati ai Vendicatori.

venerdì 11 maggio 2018

PERFIDIA

(di James Ellroy, 2014)

Si può parlare di perdita dell'innocenza per un Paese che l'innocenza l'ha persa già molto tempo addietro e che forse non l'ha mai avuta fin dai tempi della sua fondazione? Forse no; si può però sottolineare come quell'innocenza venga ancora e ancora stuprata, calpestata, affogata nel sangue e nella violenza da tutta una serie di interessi, pulsioni, ossessioni capaci di cambiare finanche il corso alla Storia. E a rovistare nel marciume della Storia non c'è nessuno più bravo di James Ellroy che con Perfidia (per la gioia di tutti i fan) inaugura una nuova tetralogia dedicata a Los Angeles spostando il focus sul dicembre del 1941, nei giorni che vedono l'attacco dell'aviazione giapponese alla base navale di Pearl Harbor.

La Storia, quella americana principalmente, è stata già indagata a fondo dall'autore losangelino; nella prima tetralogia di Los Angeles Ellroy ci presenta una visione nerissima della città in una serie di eventi che coprono gli anni dal '46 al '58, lo fa tra le pagine di quattro dei suoi romanzi più celebri: Dalia Nera, Il grande nulla, L. A. Confidential e White Jazz. Negli anni successivi, con la U.S.A. Underworld Trilogy, Ellroy allarga lo sguardo alle vicende dell'America intera grazie a tre romanzi monumentali uno più bello dell'altro (American Tabloid, Sei pezzi da mille e Il sangue è randagio) andando a esplorare gli anni che vanno dal 1958 al 1972.

Con Perfidia si torna tra le strade di L.A. e a quello che ormai si può definire l'Universo condiviso dei libri di Ellroy. È un salto nel passato che riporta moltissimi dei personaggi che i fan dello scrittore hanno imparato ad amare/odiare nelle pagine dei suoi molti romanzi precedenti, a una relativa gioventù, a un'epoca in cui i vari Scotty Bennett, Lee Blanchard, Bucky Bleichert, Mike Breuning, Fred Hiltz, Ward J. Little, Buzz Meeks, William H. Parker e soprattutto Dudley Smith (più tantissimi altri) sgomitavano per diventare quello che saranno (sono stati) negli anni a venire. Per apprezzare al meglio il mosaico infinito che lo scrittore continua a cesellare libro dopo libro, anno dopo anno, bisognerebbe rileggere di continuo i vari capitoli di questa immensa storia, impresa proibitiva vista la mole di pagine spropositata prodotta da Ellroy nel corso dei decenni.

Come già accade in altri scritti dell'autore, anche in Perfidia si muove tutto in un gioco di convergenze, confluenze e commistioni. I progetti, gli affari, spesso sporchissimi, di una moltitudine di personaggi vanno a creare l'impalcatura di una vicenda corale che muove i suoi passi sullo sfondo degli eventi storici e che vede incrociare le strade dei soliti noti inventati di sana pianta da Ellroy con le vicende di personaggi realmente esistiti, dalla star Bette Davis, al futuro capo della polizia William Parker, dal compositore Leonard Bernstein al gangster Mickey Cohen e via di questo passo. Le quasi 900 pagine di Perfidia sono condensate in un arco temporale ridottissimo, la vicenda narrata si dipana tra il 5 di dicembre del 1941 e il 29 di dicembre dello stesso anno, una manciata di giorni durante i quali cambieranno i destini di molti uomini e di molte donne e che vedranno il quasi totale rovescio di una delle comunità più integrate della regione Californiana: quella degli immigrati giapponesi in America.

La guerra cambia i destini, rovescia le percezioni, scardina la morale, estremizza gli idealismi, normalizza la menzogna. La guerra mette in moto una serie di eventi e di turpitudini nei quali verranno coinvolti tutti i numerosi protagonisti del romanzo. Hideo Ashida lavora nella sezione scientifica del Dipartimento di Polizia di Los Angeles (L.A.P.D.), è un dottore brillante, curioso, che si troverà ad avere il colore e i tratti somatici sbagliati in una nazione che è appena stata bombardata dai caccia Zero giapponesi. Kay Lake è una bella rossa che vivrà i giorni più intensi della sua esistenza grazie alla guerra, tenterà di infiltrarsi in una cellula della Quinta Colonna per minarne le attività, più per curiosità e voglia di vita che non per ideologia, le pagine del suo diario ci accompagneranno tra i giorni di quel dicembre e tra i corpi dei suoi tanti uomini. William H. Parker è uno dei potenziali candidati al posto di futuro capo dell' L.A.P.D., ambiguo cattolico, fervente praticante dotato di una morale rigida ma incline allo stesso tempo al compromesso, capitola davanti all'alcool e alle rosse. Dudley Smith è il prototipo dello sbirro opportunista, violento, con un codice morale tutto suo ma ben presente, irlandese dai mezzi spicci e dalla testa fina. In questi quattro personaggi si può individuare il motore di tutte le vicende che attrarranno a loro tutta una serie di altri protagonisti, più o meno noti ai fan di Ellroy e alla Storia.

Ellroy ci mostra con estrema lucidità come per chi sa approfittarne, anche con mezzi poco leciti, la guerra non sia altro che un'opportunità, un'onda da cavalcare solo per venirne fuori rinforzati, arricchiti, magari sentimentalmente e moralmente feriti, con la consapevolezza che a tutto, proprio a tutto, si fa il callo. È un lunghissimo viaggio Perfidia, da percorrere sulle note dell'omonima canzone di Glenn Miller, un viaggio tra le strade oscurate di una Los Angeles dalla quale tutti quanti usciranno cambiati, tutti i protagonisti del romanzo, ognuno a suo modo, concorreranno alla scrittura di una delle pagine più nere della Storia interna agli Stati Uniti d'America.

domenica 6 maggio 2018

MINUTI CONTATI

(Nick of time di John Badham, 1995)

Questo action thriller, se così vogliamo definirlo, di metà anni 90 con protagonista un Johnny Depp poco più che trentenne, sembra catapultarci indietro di almeno dieci anni, il film di Badham sfoggia infatti più un'estetica anni 80, ripulita e precisa, senza però essere muscolare come i più celebri action del decennio precedente. Il protagonista è un innocuo commercialista, fisicamente normodotato e dal faccino pulitino, un padre affettuoso che si trova in viaggio con la figlioletta verso Los Angeles. Gene Watson (Johnny Depp), questo il nome del commercialista, giunto alla Union Station di Los Angeles viene avvicinato da una coppia di quelli che sembrano agenti federali, un lui (Christopher Walken) e una lei (Roma Maffia) che presto si riveleranno essere ben altro. Con l'inganno i due riescono a far salire padre e figlia sulla loro auto, da quel momento per il mite signor Watson inizierà un vero e proprio incubo, i due gli daranno circa un'ora e mezza di tempo per uccidere una donna a lui sconosciuta, minacciandolo di ammazzargli la figlia in caso di fallimento: una pistola, una busta con la foto della donna, un nome. Ad aumentare il senso di irrealtà di tutta la maledetta situazione arriva la scoperta che il bersaglio di Watson è niente meno che il Governatore dello Stato Eleanor Grant (Marsha Mason), ovviamente sorvegliatissima.

Minuti contati è un miscuglio di elementi ben riusciti con altri indovinati decisamente meno. Apprezzabile la sequenza dei titoli di testa che accarezza il profilo e la meccanica di una pistola, oggetto fondamentale nel film, e che si muove fino a sfumare sull'orologio della Union Station dove prende il via la vicenda. Altro aspetto che personalmente mi ha colpito piacevolmente è proprio la regia di Badham, sempre parecchio dinamica, diretta, vivace anche nelle sequenze più ordinarie, il regista comunica l'impressione continua del movimento, dell'azione, scelta che in un film di genere non può che essere positiva; ci sono il movimento dei corpi, quello delle comparse, quello della camera a rendere tutto il contesto molto vivo. Anche i piani ravvicinati sui volti, molto stretti, con passaggi veloci tra i vari protagonisti, contribuiscono a tenere alto il ritmo di una vicenda che viene ricordata più che altro per il suo svolgersi in tempo reale. Minuti contati sviluppa infatti la sua storia nell'arco di un'ora e mezza, il tempo di durata del film, durante la quale seguiamo costantemente il protagonista nei suoi spostamenti, tutti questi elementi donano alla costruzione del film un certo fascino.


Di contro il difetto più grosso della pellicola è la scarsa credibilità dello sviluppo, le azioni che compie/non compie il protagonista hanno tutto il sapore e l'odore dell'implausibilità. Ogni qual volta Watson tenti di cercare aiuto, di svicolare, di contattare qualcuno, si trova un bastardissimo Christopher Walken alle calcagna che non si capisce per quale ragione non abbia trovato il modo di risolversi la questione da solo, il versante complottistico poi è a livelli davvero esagerati, senza parlare del finale in cui la situazione si risolve in maniera comico rocambolesca.

Tutto sommato Minuti contati poi lo si guarda anche con piacere, non dura molto, ti dà l'occasione di ammirare Christopher Walken più che lo spaesato Johnny Depp, ha anche un buon ritmo ma alla fine non ti lascia granché. Sembra proprio il classico prodotto al quale puoi buttare un occhio mentre stai mangiando la pizza a casa, il sabato sera, sintonizzato sulla prima serata di Italia 1. Poi, come dicevo sopra, dentro qualche bella trovata c'è, sinceramente mi aspettavo qualcosa di meglio.

lunedì 30 aprile 2018

TEMPESTA SU WASHINGTON

(Advice & consent di Otto Preminger, 1962)

La prima metà degli anni 50 fu caratterizzata negli Stati Uniti da quella che viene abitualmente definita la "caccia alle streghe" del Senatore McCarthy, personalità molto in vista in quel periodo che riuscì a incrementare ed esasperare il clima di sospetto che serpeggiava in diversi ambiti della vita pubblica in America, a partire da quello politico e quello del mondo dello spettacolo. Chiunque fosse in odore di comunismo o anche solo sospettato di simpatizzare per i rossi veniva perseguito e spesso messo da parte, cosa che provocò la castrazione di molte promettenti carriere soprattutto artistiche. A corollario fenomeni deprecabili come quello legato ai delatori e agli espatrii forzati che alcune personalità di spicco si auto inflissero per poter continuare a portare avanti le loro attività.

È proprio in quel clima da caccia al rosso che si muove Tempesta su Washington, film girato da Otto Preminger circa un decennio dopo le scorrerie del Sen. McCarthy e basato sul libro Advice & Consent di Allen Drury. Siamo nell'ambito della politica, alla morte del Segretario di Stato il Presidente degli Stati Uniti (Franchot Tone) propone come successore Robert Leffingwell (Henry Fonda), uomo colto e di vedute moderne malvisto però da una parte del Senato statunitense proprio perché sospettato di avere simpatie e aperture verso quello che viene considerato il nemico numero uno di quegli anni: la Grande Madre Russia. Alcuni sostenitori del Presidente, con a capo il Senatore Munson (Walter Pidgeon) cercano di capire su quanti voti al Senato Leffingwell possa contare, temendo soprattutto lo spauracchio dell'influente Senatore anziano Colby (Charles Laughton) che nei confronti del candidato cova anche qualche vecchia ruggine personale. Per sondare il terreno viene costituita una sottocommissione d'inchiesta presieduta dal Senatore Anderson (Don Murray), in principio favorevole alla candidatura, tramite la quale si cercherà di accertare le voci che legano Leffingwell a simpatizzanti comunisti. Con il trascorrere dei giorni il dibattimento si caricherà di tensione, ci saranno alcune sorprese e si ricorrerà alla tanto usata in politica macchina del fango per fare leva sulle posizioni di alcuni senatori che potrebbero far cambiare verso all'ago della bilancia.


Tempesta su Washington ci mostra con grande dovizia di particolari come funziona la macchina della politica americana, tra alleanze, mosse, contromosse, rivalità e influenze, e scende nel dettaglio sulle procedure che il sistema politico segue nello specifico nel caso presentato dal film, la conferma della nomina a Segretario di Stato. L'impressione è quella di entrare nei palazzi della politica, la vicenda assume poi toni quasi da procedurale legale con i vari dibattimenti in aula, le testimonianze e in questo aiuta la presenza del veterano Charles Laughton, già protagonista dello splendido Testimone d'accusa di Billy Wilder. Interessante e ben calibrato il succedersi di rivelazioni e nuovi scenari che metteranno in discussione la probità di Leffingwell, così come spunti di riflessione nascono dalle accuse mosse al Presidente della sottocommissione Anderson per intorbidire le acque e spostare  voti, passa in scena la sporcizia di una politica senza scrupoli che non guarda in faccia a nessuno, pronta a calpestare figure politiche e uomini incurante del prezzo che alcuni di questi dovranno pagare.

Nel complesso il film risulta però più interessante che realmente appassionante, se si può contare su ottime prove d'attori e un bel contesto storico/politico, non si può negare come Tempesta su Washington risulti oggi troppo verboso, un po' troppo datato e penalizzato anche dalla durata non brevissima (140 minuti circa). Per chi ama il Cinema di qualche decennio fa non mancherà la possibilità di appassionarsi all'argomento e alla costruzione molto addentro alle dinamiche della politica U.S.A., i cali di ritmo rischiano però di inficiare non poco il giudizio complessivo che si può avere su un film del genere che comunque i suoi meriti li ha tutti, purtroppo quando si fatica un po' ad arrivare alla fine di un film questi meriti passano in secondo piano schiacciati da una tenitura mal bilanciata. Peccato.

sabato 28 aprile 2018

TWD (8) & GOT (6)

Occhio, qualche spoiler c'è!!!

Archiviate altre due stagioni di due delle serie più celebri e seguite degli ultimi anni, l'ottava e finora ultima annata di The Walking Dead e la sesta e penultima stagione di Game of Thrones. Iniziamo col dire che la mia preferenza va sicuramente allo show targato AMC, The Walking Dead, che purtroppo si lascia alle spalle quella che finora è stata la stagione più deludente del serial fin dai tempi del suo esordio. L'altissimo tasso di tensione, attesa e crudeltà che sprigionavano le stagioni precedenti, grazie soprattutto alla gestione del personaggio di Negan (Jeffrey Dean Morgan), qui scemano in larga parte andando a creare un effetto soporifero di noia mortale per tutta la prima mid season riprendendosi solo in parte con l'ultima puntata prima della pausa invernale. Quest'ultimo episodio creava grandi aspettative attese solo in parte nella seconda metà di stagione, nella quale la qualità media va crescendo, in cui si assiste alla costruzione di buone puntate e finalmente si ricomincia a lavorare bene su alcuni personaggi, la sceneggiatura sembra un po' sfasata nella gestione di altri, ma nel complesso il tutto non basta a risollevare le sorti di uno show in fase di stanca e di riflesso in continuo calo d'ascolti oltreoceano. Al momento il futuro di The Walking Dead non sembra essere in discussione, anche lo spin-off Fear the Walking Dead (che non ho mai visto) sembra voglia procedere, vedremo come si proseguirà il prossimo anno, mi sembra però chiaro come una decisa sterzata sia ormai più che necessaria. La mia modesta impressione è che si stia perdendo un po' il fuoco su alcuni personaggi chiave e amatissimi dal pubblico come l'ormai troppo doma Michonne (Danai Gurira) e come Daryl (Norman Reedus), sottoutilizzato e impegnato solo a mostrare odio e acredine verso Dwight (Austin Amelio), personaggio destinato probabilmente a crescere. Con la morte di Carl (Chandler Riggs) inoltre gli sceneggiatori privano il serial di una dinamica potenzialmente esplosiva che poteva nascere tra il ragazzo e Negan, uno degli spunti più interessanti gettati da Kirkman nel fumetto. Altri characters paiono ormai quasi sballati, come dice l'amico Urz ci si chiede se Eugene (Josh McDermitt) sia bipolare (però gran colpo il suo dell'ultima puntata) ma soprattutto cosa si debba fare di Morgan (Lennie James), un personaggio che francamente non si sopporta più, toglietecelo dai coglioni e mandatelo definitivamente a fare in culo tra le puntate di Fear the Walking Dead, biglietto di sola andata, please. Qualcosa di buono c'è, qualche spunto per il futuro con possibilità di nuove direzioni, nel complesso pollice verso.


Veniamo a Game of Thrones. Probabilmente siamo partiti col piede sbagliato io e il trono. Per due motivi essenzialmente, almeno credo. Il primo motivo è che il parere di più di un amico mi ha forse creato delle aspettative troppo alte per una serie che non è neanche lontanamente la migliore in circolazione, io personalmente non ne guardo così tante ma quelle che seguo mi sembrano quasi tutte scritte meglio di questa (TWD, Stranger Things, Black Mirror, Sherlock per citarne alcune), almeno prese nel complesso. Sicuramente Game of Thrones ha dei picchi molto alti, le ultime due puntate di questa sesta stagione sono indubbiamente due gioielli, soprattutto l'episodio La battaglia dei bastardi, eccezionale non solo dal punto di vista della scrittura ma ad altissimi livelli per regia, sonoro e montaggio, niente da dire, così come è stata un'ottima puntata di chiusura I venti dell'Inverno che vede una splendida e bastardissima Cersei Lannister (Lena Headey) protagonista assoluta. Sparsi qua e là ci sono eventi e passaggi degni di nota e coinvolgenti, affogati però in troppo piattume. Effettivamente i momenti esaltanti possono far dimenticare in fretta il resto, però se si vuole fare un discorso qualitativo obiettivo rimango dell'idea che Il trono di spade sia una serie sopravvalutata. O più semplicemente (motivo numero due), non è la mia serie, cosa che può pure essere, in questo caso Game of Thrones è una serie meravigliosa e io non capisco una minchia, cosa che, torno a dire, può pure essere. Questa sesta serie mi era stata dipinta come la migliore in assoluto, per otto puntate mi sono trovato sperso nei movimenti sulla scacchiera di questa grande soap opera storico/fantasy, alcuni di questi anche interessanti, visivamente riusciti, quello che vi pare, ma comunque sporadici. Poi due puntate capolavoro a chiudere l'annata. Basta? Non lo so, ognuno giudichi per sé, nel novero complessivo delle puntate ho forse preferito il finale della terza stagione e la quarta nel globale, probabilmente il momento più riuscito dell'intera serie. L'ultima stagione (al momento), la settima, è composta da soli sette episodi, non dovrei metterci molto a guardarli, magari ci si risente a breve.

domenica 22 aprile 2018

UNA NOTTE DA LEONI

(The hangover di Todd Phillips, 2009)

Tracy (Sasha Barrese) si sta preparando per il suo matrimonio, è quasi tutto pronto, l'ora si avvicina e la sposa mostra un filo di preoccupazione, il futuro sposo e i suoi tre compari con i quali è andato a Las Vegas per festeggiare l'addio al celibato sembrano irreperibili da parecchie ore ormai, i loro cellulari restituiscono solo le voci delle segreterie telefoniche, i quattro sembrano essere scomparsi nel nulla. I genitori della ragazza cercano di tranquillizzarla, poi squilla il telefono, è Phil (Bradley Cooper), uno dei compari...

- Pronto?
- Tracy, sono Phil...
- Phil, ma dove diavolo siete? Sto impazzendo...
- Ehm... siii... senti... aaah... abbiamo fatto un casino.
- Ma di che stai parlando?
- Dell'addio al celibato, l'altra notte, noi... abbiamo perso il controllo e... abbiamo perso Doug.
- Che?
- Non riusciamo a trovare Doug.
- Che stai dicendo Phil? Ci dobbiamo sposare tra cinque ore.
- Siii... io non ci conterei troppo

La faccia da schiaffi di Bradley Cooper, unico elemento nella scena messo a fuoco dal regista Todd Phillips, è antipasto atipico di quello che andremo a vedere: sporco, scarmigliato, il labbro spaccato, sicuramente piacente... sullo sfondo altre tre figure, una appoggiata sulla fiancata di un'auto che deve averne passate più d'una, un'altra seduta con scarsa eleganza sul cofano della stessa auto, l'ultima, di spalle, probabilmente intenta a farsi una pisciata nel bel mezzo del deserto del Nevada. Gli spazi sono immensi, brucianti, parte Thirteen di Danzig, un pezzo splendido che incornicia alla perfezione il deserto rosso, la strada solitaria, la vastità della natura, per calare poi sulla città del peccato, bel contrasto tra le liriche poco allegre del testo e quella che sarà una delle commedie più divertenti che mi sia capitato di vedere negli ultimi anni.


Todd Phillips è un regista molto furbo, pur senza mettere in scena nulla di nuovo realizza un film dove tutto è al posto giusto, la canzone giusta sull'immagine adeguata, il cambio di ritmo calibrato al secondo, il ralenty ruffiano e stravisto inserito però in maniera inappuntabile e capace quindi di farti sorridere, una serie di belle panoramiche, tutti elementi che vanno a costruire una regia dinamica e molto piacevole da guardare. La sceneggiatura gioca su più livelli, quello della commedia sguaiata ma mai troppo volgare, il livello prevalente, ma si muove molto bene anche sul filo del thrilling cazzaro, in fondo Doug (Justin Bartha) è scomparso davvero e nessuno dei suoi tre compari, dopo una notte selvaggia a Las Vegas, è in grado di ricordare nulla delle ore precedenti, nessun indizio su dove possa essere finito lo sposo.

Il film si muove molto bene anche a livello temporale, saltando avanti e indietro negli eventi e usando lo stratagemma con giusta e dosata parsimonia, coccolando così molto bene sia l'aspetto più divertente (e Una notte da leoni lo è veramente tantissimo) che quello del mistero della scomparsa di Doug. Ma torniamo anche noi indietro per un attimo.


Insieme allo sposo, ragazzo ben inquadrato, partono il fratello di Tracy, Alan (Zach Galifianakis), una sorta di scemo del villaggio bisognoso d'affetto e dai comportamenti imprevedibili, il dentista Stu Price (Ed Helms), rigidino e invischiato in una relazione soffocante con la stronza castratrice Melissa (Rachael Harris) che non vede di buon occhio questo addio al celibato sul quale tra l'altro Stu mente spudoratamente, e il caro Phil, insegnante elementare, sposato con un figlio, quello che dovrebbe essere il più maturo e che invece è il più incline al cazzeggio. Per loro la prima notte a Las Vegas sarà devastante, il risveglio sarà impietoso e porterà con sé una serie di problemi da risolvere, non ultimo il dover ritrovare Doug in tempo per il matrimonio, e un numero imprecisato di incontri grotteschi ai quali far fronte.

Piccola e doverosa digressione per Heather Graham che la vedi e non ci puoi credere. Classe 1970, 48 anni suonati e una bellezza stordente. Ricordo tra le sue prime cose il Drugstore Cowboys di Van Sant, allora giovanissima e altrettanto bella, non sembra invecchiata per nulla. Tanto di cappello, qui una bellissima parte anche per lei.

Insomma, ci si ritrova a ridere veramente di gusto praticamente di continuo guardando questo film furbescamente calibrato alla perfezione. Mi dicono i due successivi non siano inferiori, mi frego le mani e pregusto.

mercoledì 18 aprile 2018

LA NOTTE DELL'AQUILA

(The eagle has landed di John Sturges, 1976)

Sul finire degli anni 70 il regista John Sturges dà l'addio alle scene proprio con questo La notte dell'aquila, dopo aver lasciato al Cinema alcuni titoli decisamente noti e apprezzabili quali L'assedio delle sette frecce, Giorno maledetto, Sfida all'O.K. Corral, I magnifici sette e La grande fuga. L'addio del regista alla Settima Arte è sancito da un'ultima prova di tutto rispetto, La notte dell'aquila è un film che si inserisce con onore nel filone bellico hollywoodiano del decennio precedente distinguendosi dai più illustri predecessori se non proprio per il livello qualitativo, almeno per quello dell'originalità. Parecchio inusuale infatti vedere in un film bellico statunitense (coprodotto con il Regno Unito) un manipolo di soldati tedeschi come protagonisti assoluti, dipinti tra l'altro come soldati fieri, fedeli alla propria Patria e al proprio esercito, in larga misura disgustati dagli eccessi di insensata crudeltà mostrati dai più illustri gerarchi nazisti. Un punto di vista poco battuto che non è l'unico elemento di discontinuità da altri film del genere. Nonostante il cast stellare manca qui la pletora di protagonisti da reclutare, tutti quei caratteri così diversi tra loro che andranno a formare la squadra perfetta utile per portare a termine la missione designata, come accadeva per esempio in Quella sporca dozzina o ne La grande fuga. Questo scarto dai film precedenti rende La notte dell'aquila più diretto, più lineare, forse anche meno ironico di altri, mantenendo però sempre un buon ritmo e riuscendo a creare nello spettatore la giusta empatia con i protagonisti, nonostante le forze dell'esercito tedesco non piacciano giustamente (quasi) a nessuno.


La sceneggiatura guarda all'omonimo libro scritto da Jack Higgins e prende le mosse dall'idea del Fuhrer di rapire Winston Churchill per ribaltare le sorti della Seconda Guerra Mondiale in favore della Germania. Un folle Himmler, interpretato da un Donald Pleasence sopra le righe, sposa subito l'idea e incarica l'Ammiraglio Canaris (Anthony Quayle) di organizzare l'impresa. Questi è personaggio storico realmente esistito, proprio uno di quei soldati tedeschi che arrivarono a disprezzare i metodi disumani del regime nazista, il Canaris della nostra realtà partecipò anche all'organizzazione di uno degli attentati a Hitler che furono spunto per altre pellicole belliche come il più recente Operazione Valchiria. Ma torniamo alla finzione. Canaris ritiene che l'idea di Hitler sia una sorta di ridicola barzelletta difficilmente realizzabile, purtroppo mettersi contro il volere del Fuhrer e di Himmler può rivelarsi cosa pericolosa assai, incarica così di dar seguito all'idea il Colonnello Radl (Robert Duvall) anch'egli poco entusiasta del folle piano. L'idea inizia a prendere forma concreta quando al Colonnello Radl giunge notizia di una futura visita di Churchill in un paesino sperduto nelle campagne del Norfolk in Inghilterra. I tedeschi hanno di stanza nel paesino una spia ben addestrata, tal Joanna Grey (Jean Marsh) e possono contare sull'aiuto di Liam Devlin (Donald Sutherland, immancabile in questi film), un irlandese che ha in odio l'avversario inglese. Il grosso della missione che prevede il rapimento e l'estradizione del premier inglese, sarà affidato al reparto di paracadutisti tedeschi del Colonnello Kurt Steiner (Michael Caine), militare pluridecorato anche lui avverso alle posizioni più estreme del partito nazista. A complicare la missione dei tedeschi ci sarà un distaccamento dell'esercito americano di stanza a Studley Constable agli ordini del Colonnello Pitts (Larry Hagman).


Come si può notare dalle poche righe riportate qui sopra il film presenta un cast pieno di grossi calibri, se l'Himmler di Pleasence ricorda il dottore mezzo matto interpretato dall'attore in Altrimenti ci arrabbiamo, sono inappuntabili le performance di Duvall e Caine, prototipi del militare tutto d'un pezzo dalle vedute non troppo ristrette, si concedono invece diversi momenti di leggerezza Donald Sutherland, che con quel suo sorriso sghembo viene facile farlo deviare dalla retta via, e soprattutto Larry Hagman, il celebre J.R. della soap opera Dallas, qui nella parte di uno di quei militari pieni di sé ma totalmente inesperti e inclini all'errore.

La trama è solida e compatta, Sturges non concede troppe divagazioni, anche la messa in scena sembra essenziale solo per esplodere poi con vigore in alcune sequenze d'azione all'interno del piccolo paesino del Norfolk, sequenze molto avvincenti e girate con ritmo e visione d'insieme invidiabili. Oltre alla bella costruzione rimane del film una visione diversa di una parte dell'esercito tedesco, composto da uomini che per forza di cose, anche nella realtà, non saranno stati tutte bestie crudeli e che anche qui, come già accadeva ne La grande fuga, non fanno parte delle SS o della Gestapo ma delle forze aeree della Luftwaffe. La notte dell'Aquila rientra in una vera e propria cifra stilistica tanto battuta nel cinema dei 60, più che in quello dei 70, ne è forse un episodio tardivo che non fa rimpiangere ciò che si era visto negli anni precedenti, un'ottima chiusura di carriera per quello che ancora oggi viene considerato uno dei più celebri mestieranti dell'industria di Hollywood.

sabato 14 aprile 2018

BABY BOSS

(The boss baby di Tom McGrath, 2017)

Dopo la noia di Trolls, sul quale non ho trovato nemmeno la forza di spendere due parole, la Dreamworks rialza la testa grazie a questo Baby Boss, film d'animazione uscito l'anno scorso sul quale non riponevo particolari aspettative e che invece è riuscito a divertirmi parecchio. Il pretesto che dà il via alla storia è il seguente: in una fantomatica e divina fabbrica di bambini i pargoletti vengono smistati in due categorie. Quella più numerosa sforna i classici bebè che andranno ad allietare la vita di famiglie e genitori felici in spasmodica attesa del nuovo arrivo. La seconda, decisamente più rara, prepara piccoli manager destinati a proseguire l'attività dell'azienda, la Baby Corp.

Accade che la Baby Corp sia però in crisi, i bambini stanno perdendo considerevoli fette di mercato misurabili in amore, a vantaggio dei cuccioli di cane che pian piano li stanno soppiantando nel cuore degli adulti. Così la Baby Corp manda sulla Terra il Baby Boss in incognito come nuovo nascituro nella famiglia del giovane Tim Templeton i cui genitori lavorano per la Puppy Co., azienda leader nel settore "cuccioli". Il piccolo Tim si troverà così dall'essere l'unico centro del mondo per i suoi genitori al dover dividere l'affetto di mamma e papà con il nuovo arrivato, il conflitto sarà aspro e Tim sarà il solo a capire che il nuovo fratellino è molto più di quel che sembra. Per Tim sarà difficile capirlo all'inizio, ma per entrambi i bambini il vero pericolo arriva dall'esterno, dal nuovo "modello" di cucciolo che la Puppy Co. sta per immettere sul mercato con conseguenze potenzialmente disastrose.


Senza essere un film eccezionale trovo che questo Baby Boss sia stato confezionato a dovere dai tipi della Dreamworks, c'è un bel contrasto tra le diverse sequenze ambientate nella fantasia di Tim, coloratissime, quasi psichedeliche, in qualche modo strutturalmente più classicheggianti, e quelle delle vicende del mondo reale, realizzate in uno stile ormai abituale per i film d'animazione e comunque sempre di ottima fattura. Bella la scena d'apertura utile per inquadrare la situazione, con spassose citazione agli argomenti pop più disparati: da Batman al Signore degli anelli fino ad arrivare ai Beatles e a elementi di infografica. Ottimi anche i movimenti virtuali di macchina, alcune trovate sono realmente spassose (la radiosveglia rompipalle ispirata a Gandalf); da applausi la citazione migliore del film dove il Baby Boss fa il verso al personaggio interpretato da Alec Baldwin (voce originale del Baby Boss) in Americani affermando che "i biscotti sono per chi chiude i contratti".

Oltre al sano divertimento anche alcuni temi importantissimi per i bambini: l'amore fraterno e la gelosia, la suddivisione delle attenzioni genitoriali tra più pargoli, la perdita di alcuni punti fermi, tutti argomenti da non dare per scontati che a chi ha fratelli o sorelle sicuramente strapperanno qualche emozione in più. Forse un poco cinico ma assolutamente da non lasciar correre via senza soffermarcisi un pelo sopra, il conflitto proposto tra le attenzioni riservate ai propri cuccioli e quelle dedicate ai propri figli, ma più in generale alle altre persone. Rispettabilissimo il punto di vista di ognuno, ma a costo di crearmi inimicizie sono fermamente convinto che una persona sia una persona e un animale un animale, con tutti i dovuti distinguo, a volte si perdono un poco le proporzioni delle cose, tema non banale devo ammettere.

Nel complesso mi sento di consigliare a chi ama i film d'animazione spensierati anche la visione di questo Baby Boss, ci sono parecchie battute ben riuscite e alla fine ci si diverte.

sabato 7 aprile 2018

ZOMBI 2

(di Lucio Fulci, 1979)

Nel 1979 Lucio Fulci aveva ormai fatto di tutto, sul suo curriculum mancava solo ciò per cui oggi, dopo una vita durante la quale non se l'è filato quasi nessuno, tutti lo ricordiamo: il suo apporto al genere horror pervaso dal gusto per il gore che negli anni successivi Fulci non abbandonerà più. Musicarelli, film d'avventura, commedie, western, parodie, giallo all'italiana, Fulci non si fa mancare davvero nulla, poi proprio con questo Zombi 2 arriva l'orrore. Non lasciamoci trarre in inganno da quel "2" che compare nel titolo del film, in realtà questo è per Fulci un vero e proprio esordio nel genere, il secondo numero cardinale viene inserito nel titolo solamente per distinguere questo film dall'omonimo Zombi di George A. Romero uscito l'anno precedente e, probabilmente, anche come astuta mossa commerciale per cavalcarne l'onda del successo. Come lo stesso Fulci dichiarava in alcune interviste sul film, sono più le differenze tra l'approccio al tema utilizzato dai due registi che non le similitudini, quello di Fulci è privo di metafore sociali, guarda più alla suspense e all'avventura, si concentra sulla storia in sé, sull'effetto visivo e sull'origine degli zombi come figura delle credenze haitiane legate alla pratica del vudù. Effettivamente guardando Zombi 2 le affermazioni di Fulci risultano veritiere, bollare il film come una mera riproposizione del lavoro di Romero potrebbe risultare fuorviante e svilente nei confronti del lavoro del regista romano. Ciò nonostante un paio di sequenze newyorkesi, volute dalla produzione, non mancano di strizzare l'occhio al celebre predecessore.

Una barca a vela solca il mare, sullo sfondo lo splendido skyline di New York con le Torri Gemelle a fare da padrone, Liberty Island, il ponte di Brooklyn, tutto avvolto nella caratteristica foschia granulosa di tanto Cinema dei 70, immagini che predispongono al meglio alla visione del film. La barca sembra avanzare senza controllo, al timone non c'è nessuno, l'approccio della guardia costiera è inevitabile e inaspettatamente truce, l'unico passeggero della barca azzanna al collo uno dei due agenti, il sangue schizza a fiotti, il rosso è intenso e corposo. Il regista, considerato per anni un artigiano del nostro Cinema, esibisce una regia più interessante di quella di tanti colleghi più stimati: si ondeggia insieme alla barca, l'impressione dello spettatore è quella di essere all'interno dell'inquadratura, il timone è lontano da noi un solo braccio, la fotografia è perfetta, la camera è dinamica il giusto, le panoramiche tutte indovinate, la scansione delle sequenze avvincente, ottima la profondità delle proporzioni tra i vari elementi, la musica accresce l'aspettativa del contatto che sappiamo inevitabile, il primo approccio con lo zombi è visivamente molto convincente. La prima sequenza si chiude con una vaga minaccia di contagio imminente.



Il corpo del film si svolge però altrove, Anne Bowles (Tisa Farrow), figlia dello scomparso proprietario della barca, e il giornalista Peter West (Ian McCulloch) si recano sull'isola di Matui nei Caraibi, ultimo domicilio conosciuto del padre della ragazza, al fine di dipanare l'enigma del battello approdato a New York con un'unica mostruosa presenza come equipaggio. Giunti nei Caraibi i due si faranno condurre all'isola di Matui, sulla quale gravano voci poco rassicuranti, dalla coppia di turisti americani composta dai giovani Brian (Al Cliver) e Susan (Auretta Gay). Sul posto il gruppo prenderà contatto con il Dottor Menard (Richard Johnson) impegnato a capire quale strano virus stia decimando la popolazione dell'isola solo per poi farla tornare in vita fortemente mutata.


I motivi d'interesse del film sono principalmente visivi, il trucco utilizzato per la resa degli zombi è riuscito e sicuramente molto interessante, si discosta dalla versione romeriana sia per cromia che per consistenza andando a proporre creature che portano alla mente lo sgradevole effetto della decomposizione, dall'incedere lento ma dall'attacco minaccioso. All'orrore si mescola l'aspetto più sensuale portato in scena dalle protagoniste femminili, soprattutto da Auretta Gay e Olga Karlatos (Paola, la moglie di Menard) che si concedono in tutta la loro grazia (e in tutte le loro grazie), attrici capaci di unire sensualità, angoscia e terrore in alcuni dei momenti più riusciti del film. Ipnotica la (s)vestizione della Gay prima dell'immersione, così come rimangono celebri almeno due sequenze: quella splendida sottomarina con la Gay che si imbatte prima in uno squalo e poi in uno zombi, creature destinate di lì a poco a scontrarsi tra di loro, e quella della penetrazione del bulbo oculare della Karlatos, ripresa a distanza ravvicinata, entrambe sequenze che, con buona pace dei detrattori, vanno ben oltre il semplice artigianato. Nella parte finale, con l'aumentare dei non morti, il comparto trucco e parrucco si scatena nella realizzazione eccellente di un look mostruoso tutto sangue, brandelli, vermi e marcescenza da applausi.

Le dinamiche di sviluppo della trama sono invece note, si va verso l'assedio, la morte di alcuni dei protagonisti, la fuga e un ritorno verso casa, verso una possibile normalità. Quando ancora il nostro cinema si occupava davvero dei generi, tendenza in ripresa, rimaniamo sempre speranzosi.

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