giovedì 22 giugno 2017

WONDER WOMAN

(di Patty Jenkins, 2017)

Con Wonder Woman si aspettavano al varco sia la Warner Bros che il suo Dc Extended Universe dopo gli scarsissimi risultati (qualitativi almeno) di Dawn of Justice, quel pasticciaccio brutto di Batman Vs Superman. Il film dedicato all'amazzone proveniente dall'isola di Temyscira, pur non essendo perfetto, si rivela fortunatamente un bel passo avanti rispetto alla pochezza e alla confusione messe in scena nel film precedente. Il film soffre di alcune lungaggini dovute anche all'esigenza di presentare al meglio allo spettatore il mondo e il personaggio di Diana (Gal Gadot), obiettivo in ogni caso raggiunto, e si muove nella preparazione a un confronto finale sinceramente deludente, in parte a causa di un miscasting nella scelta dell'attore che interpreta Ares (qui non scriverò chi esso sia in quanto la notizia sfocerebbe nello spoiler), in parte per un impianto visivo che sfrutta la CGI in maniera davvero poco soddisfacente. Riassumendo: un prologo un poco lungo, un finale un po' così così, qualche pistolotto retorico di troppo ma anche un ottimo sviluppo di tutta la parte centrale del film durante la quale ho visto un approccio alla storia, alla guerra, che avrebbe fatto molto bene a un film di Capitan America ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale.

Si è parlato di film femminista, diretto da una delle poche registe attive a Hollywood (Patty Jenkins), con una protagonista forte ma anche molto ingenua, sicuramente giusta. Nonostante l'inadeguatezza di Diana nell'affrontare il mondo degli uomini (intesi come razza), causa scatenante di alcuni dei momenti più divertenti del film, effettivamente alcune situazioni e alcuni scambi di battute volte a svilire il ruolo dell'uomo (inteso come genere) hanno un chiaro stampo femminista, risultando sempre garbate e divertenti. Finalmente è giunto il momento di vedere sullo schermo una figura eroica tutta al femminile, capace di salvare la giornata (come dicono gli americani), cosa che effettivamente molte donne fanno tutti i giorni, ed è bello che questo personaggio, la mitica Wonder Woman, venga dipinto come totalmente positivo, in possesso di uno sguardo verso il mondo del tutto innocente, con la convinzione, certo fallace e semplicistica, che ciò che è giusto è giusto e ciò che è sbagliato è sbagliato e che si debba sempre agire di conseguenza. Concetto poco applicabile al nostro mondo, certo, ma in fondo è così solo perché noi l'abbiamo voluto o permesso. Wonder Woman è un personaggio di giustizia, di pace ma soprattutto di pietà umana, un'amazzone che si trova di fronte a un mondo che non conosce, sbagliato, brutale e ciò nonostante è capace di coglierne gli aspetti migliori e meritori di protezione.


Gal Gadot è stata una scelta vincente e convincente, sia nella sua versione guerriera, sia nel suo aspetto più innocente e spaesato di fronte a un mondo tutto da scoprire. Ottima presenza scenica, fisico impeccabile e un volto semplicemente da meraviglia (appunto wonder in inglese) che non fa rimpiangere la Linda Carter dei telefilm anni 70 ben impressa nell'immaginario popolare. Probabilmente tutti questi aspetti si perderanno un poco, è inevitabile, nel prossimo Justice League, dove a dividersi il palcoscenico ci saranno almeno sei grossi calibri (a dispetto dei soliti sette che costituiscono l'ossatura del gruppo nei fumetti): Batman, Superman, Wonder Woman, Flash, Cyborg e Aquaman. Nonostante il buon lavoro fatto con Wonder Woman, il prossimo film del DC Extended Universe rimane un'incognita a causa della mancanza di un'adeguata presentazione di diversi dei personaggi coinvolti, vedremo se in casa DC riusciranno a raggiungere i risultati ottenuti dal Marvel Cinematic Universe. Qualche passo nella direzione giusta lo si è fatto ma siamo ancora lontani dalla magia creata sullo schermo dai personaggi della Casa delle Idee.

martedì 20 giugno 2017

L'ORDA DEL TRAMONTO

(di Pasquale Ruju e Corrado Roi, 2014)

Chiudevo il pezzo sul precedente Texone, un poco deludente a mio avviso, con la frase "Lo compri, lo leggi, te lo godi anche, ma poi si guarda avanti aspettando qualcosa di meglio". Con il ventinovesimo Tex Speciale, nonostante si continui a pescare dal noto serbatoio Bonelli, quel qualcosa di meglio è effettivamente arrivato. Si mischiano le carte, alla sceneggiatura arriva Pasquale Ruju e i disegni sono affidati a quello che a tutti gli effetti è ormai un giovane maestro della nona arte: Corrado Roi. Nonostante Roi abbia lavorato su diversi personaggi (per ultimo il suo Ut) non solo di casa Bonelli, è principalmente a Dylan Dog che il lettore associa le matite del disegnatore lombardo andando subito con la memoria a episodi ormai divenuti dei piccoli cult come Il fantasma di Anna Never o Dal profondo. Ruju si dimostra qui intelligente e scafato nell'imbastire una trama capace di cogliere e valorizzare al meglio la natura inquieta del tratto di Roi, applicandola in maniera credibile a uno scenario classicamente western contaminato da qualche punta di mistero all'apparenza in odore di sovrannaturale. Il villain di turno è di quelli di peso, spaventoso e crudele, degno epigono di figure capaci di suscitare i giusti tormenti come potrebbero essere quelle del cavaliere di Sleepy Hollow o il famoso Conte Dracula. Forse non si arriva a tanto ma posso garantirvi che, passeggiando la sera, non vorreste incontrare nemmeno questo Vladar, sorta di apparizione fantasmatica capace di rivelarsi invece violentemente concreta e spietata, condottiero di un manipolo di cavalieri neri altrettanto brutali votati al massacro insensato e ingiustificato. Talvolta un atto di pietà verso un sopravvissuto, unico modo per diffondere la leggenda e il terrore legati a questo spaventoso colosso omicida.


Ma ogni azione ha i suoi motivi, non sarà facile per Tex e Carson scoprire quelli che stanno dietro ai comportamenti di Vladar, soprattutto nella strana cornice di un castello in stile europeo costruito nel bel mezzo degli Stati Uniti di tardo Ottocento. Le atmosfere di Roi sono semplicemente perfette per descrivere la tensione che nasce da una vicenda tetra, come sono ottime  le sue matite nel tratteggiare con segni asciugati, sporcati dai neri, a volte abbozzati in una sintesi magnifica, il personaggio carismatico di Vladar. Si intuisce già qualcosa di quello che si vedrà in seguito nelle stupende tavole di Ut, nonostante manchino sequenze visionarie e prettamente orrorifiche il lato buio di Roi non fatica a manifestarsi anche ne L'orda del tramonto, nelle espressioni trasfigurate dei volti, nei crepuscoli, negli schizzi di sangue, nelle figure inquietanti. Fuori dalle sue caratteristiche, nei territori del west, delle colt e degli spazi aperti, Roi si dimostra ancora una volta artista di razza in uno dei Texoni graficamente più interessanti.

Ottimo albo dove la sintesi tra sceneggiatura e matite trova perfetto compimento, rimane nella storia dell'albo speciale un confronto memorabile che anche i due pards non dimenticheranno facilmente.

sabato 17 giugno 2017

MISTERI IN VALLE

Qualche giorno fa, curiosando tra le proposte dell'area fumetti di un'edicola del centro, ho notato questo titolo, Misteri in valle, proposta che mai mi era capitato di vedere in precedenza. Albetto smilzo, copertina molto psichedelica nei colori e tratto molto, molto artigianale, un logo terribile piuttosto che no. Comunque l'albo è riuscito a incuriosirmi. Preso in mano, sfogliato, carta rigida e lucida, un banner pubblicitario ad ogni fondo pagina; la struttura, non so perché, mi ha ricordato il News che gira(va) nelle birrerie con l'elenco dei concerti locali e degli eventi live proposti dalle birrerie stesse. Quello che sembra essere il protagonista porta il volto di Bruce Willis, o così sembra. Guardo il prezzo, dieci centesimi, numero 1R. Lo ripongo diffidente, guardo altro e poi mi dico: "ma sì, per dieci centesimi".

L'iniziativa, che non ha suscitato in me nessun interesse a fine lettura, diciamolo subito per fugare ogni aspettativa ingiustificata, mi è sembrata comunque abbastanza particolare da spingermi a spenderci due parole. Di contro ammetto che questa possa risultare invece molto interessante per chi abita nella zona di Ciriè, luogo dove le storie sono ambientate, storie che hanno la classica impostazione del raccont(in)o giallo. Come afferma anche la presentazione in seconda di copertina, Alex Blanc è un investigatore privato californiano trapiantato in provincia di Torino che di volta in volta si trova coinvolto in un intrigo che si dipana lungo le ventotto tavole del racconto.

L'iniziativa si tiene in piedi grazie alla pubblicità, immagino che gli inserzionisti paghino a Il Risveglio, testata giornalistica della zona di Ciriè, del Canavese e delle valli di Lanzo, il costo dei banner a fondo pagina, magari un po' di più per lo spazio in seconda di copertina e ancor più per l'intera quarta di copertina. Ma la cosa che mi è parsa originale, e che rende la storia ancor meno interessante di quel che già è di suo, è la presenza all'interno del fumetto dei negozianti e delle attività della zona. Così uno dei protagonisti soggiorna all'agriturismo Cottino e scambia due parole con i proprietari (ricordati Roberta che quando torno in Francia voglio portarmi via un po' del vostro stupendo formaggio di capra!"), durante il palio di Ciriè la bella Martina compra da Marco della ditta Edra il carrello per la sua moto (erano anni che Martina conosceva Marco della Edra e Antonio della Ellebi. Aveva già acquistato da loro un carrello per trasportare la legna...). Immagino che quelli che compaiono nel fumetto siano gli inserzionisti che pagano di più. Tra uno spottone e l'altro procede l'avventura di Alex Blanc alle prese con un tesoro e un manoscritto rubato proveniente addirittura dalla Ciriè del 1536.

Ripeto, il fumetto è ai limiti del risibile, le matite di Veronica Alfieri hanno invece una loro dignità professionale per una pubblicazione di questo genere, sicuramente ci sono impegno e capacità dietro, probabilmente se fossi della zona acquisterei Misteri in valle con regolarità, così, per divertimento. Tra l'altro curiosando sulla pagina fb dell'iniziativa si può constatare come le uscite de Misteri in valle siano numerose, come alcune tavole non siano così male, indizi di un probabile buon successo commerciale almeno in valle.

Curioso notare come nei credits dell'albo, oltre a disegnatore e sceneggiatore (Claudio Broglio) compaiano i commerciali dell'azienda. Dai, onesti e originali.

venerdì 16 giugno 2017

ADAM WEST: IL BATMAN CAMP DEI 60

Con la scomparsa di Adam West per me è semplicemente morto Batman. Eppure il curriculum dell’attore vanta all'attivo quasi una cinquantina di film e una serie incalcolabile di apparizioni televisive all'interno dei più disparati telefilm, in un arco temporale che va dal 1954 fino al recente 2016. Ciò nonostante per tutti (sicuramente per me) Adam West è sempre rimasto il Batman camp della famosa serie tv degli anni 60. Dirò di più, per chi scrive Adam West è IL Batman. Non ci sono Christian Bale e Michael Keaton che tengano (seppur ottimi), è una questione di cuore: il ruolo del pipistrello va riconosciuto a questo attore autoironico, divertito, sovrappeso per la parte già all'epoca, macchiettistico in maniera talmente spudorata da risultare adorabile. Adam West è il Batman dell’immaginario popolare, a dimostrarlo restano l’affetto di squadroni di fans e le numerose apparizioni di West nel campo dell’animazione, all'interno dei più famosi show televisivi degli ultimi anni… dai Simpson ai Griffin; tributi che sottolineano la trasformazione dell’attore in vera e propria icona pop. Batman è amato da sempre per la sua essenza umana, privo di poteri, condizione che è sempre stata punto di forza dell’eroe ma che non gli ha permesso di vincere la sua battaglia con la leucemia, un nemico decisamente più mortale di un Joker o di un Pinguino qualsiasi. Ci piace omaggiare Adam con il ricordo di una delle sue cose più assurde, recupero di un pezzo qui proposto qualche tempo fa.

.
Batman: the movie di Leslie H. Martinson, 1966. 

Ben prima della marea dilagante di cinecomics che ha ormai appestano le sale cinematografiche (spesso anche in senso buono), molto prima del Batman di Tim Burton e finanche prima del Superman interpretato da Christopher Reeve, c’è stato Batman: il film con la mitica e inarrivabile coppia d’attori Adam West (Bats) e Burt Ward (Robin, il ragazzo meraviglia, qui stranamente citato come il ragazzo prodigio in diverse occasioni). I due sono, come tutti ben sapranno, la coppia d’assi che ha interpretato il dinamico duo nella famosa serie dal sapore camp degli anni 60; il Batman saturo e colorato dalla spiccata vena faceta che aveva la riconoscibile caratteristica di presentare onomatopeiche nuvolette durante le sequenze di scazzottate con celebri villain e scagnozzi assortiti.


Sul finire della prima stagione, probabilmente per saziare la fame dei fan in crisi d’astinenza, si decise di realizzare un lungometraggio con protagonisti proprio quel Batman e quel Robin lì, sfruttando l’occasione per metter loro contro il meglio dei villains prodotti dalla serie in un’unica, ma assolutamente poco seria, associazione criminale. Abbiamo quindi la sensuale Catwoman (una bellissima Lee Meriwheter), il Joker (tradotto anche Jolly (sic) Cesar Romero), il Pinguino (Burgess Meredith) e l’immancabile Enigmista (Frank Gorshin). A dirigere il tutto il regista di stampo chiaramente televisivo Leslie H. Martinson, cresciuto a pane e telefilm. L’impressione è che per questo film si sia passati dal registro leggero e faceto proprio della serie tv a quello marcatamente cialtrone e demenziale espresso in Batman: Il film. Alcune sequenze sono indizio inconfondibile di questa scelta stilistica: rimangono tra le più famose quella iniziale con l’attacco a Batman da parte di uno squalo palesemente in gomma (allontanato con il Bat-repellente per squali) e quella in cui Batman fatica a disfarsi di una bomba in procinto di esplodere, incapace di trovare un posto privo di persone così da non mettere in pericolo nessuno. La bomba ovviamente è di quelle tonde con la miccia sopra, tipica dei più infantili cartoni animati. Tutto è macchiettistico, assurdo e delirante, la trama un pretesto per inanellare sequenze ai limiti del ridicolo che, ovviamente, sono talmente sceme che non possono non farti sorridere. Il film è dichiaratamente cialtrone, non si nasconde certo dietro a un dito: basti pensare al dinamico duo alle prese con gli indovinelli proposti dall'Enigmista… soluzioni imbecilli ricavate dalla prima cazzata passata per la mente di Robin (e sono cazzate enormi) presa poi per buona e che, nella stessa assurda maniera, porterà alla soluzione dell’enigma stesso. Mi sembra che nel telefilm non si arrivasse mai a tanto.


Il cast è più o meno lo stesso della serie tv (con l’eccezione dell’attrice che interpreta Catwoman); a completarlo ci sono Alfred (Alan Napier), il Commissario Gordon (Neil Hamilton) e il Sergente O’Hara (Stafford Repp). Largo sfoggio anche dei bat-veicoli: dalla stupenda Bat-mobile, al Bat-cottero fino ad arrivare al Bat-scafo e al Bat-sidecar con sganciamento ai limiti del ridicolo. Film per fans della serie, per i fans di Batman o, più semplicemente, per quelli delle puttanate a briglia sciolta. Visto in quest’ottica il film ha un suo perché, io e la mia bambina ci siamo divertiti parecchio. 

Come direbbe qualcuno, ciao Adam e grazie di tutto il pesce.

lunedì 12 giugno 2017

A-Z: AEROSMITH - TOYS IN THE ATTIC

L'ultima sortita degli Aerosmith in studio di registrazione ha prodotto esiti poco entusiasmanti, partorendo quel Music from another dimension (2012) che ha un po' l'aria della fiera del riciclo, album che con oggettiva onestà pensiamo non abbia elementi tali da poter essere ricordati nel prossimo futuro. Lasciamo quindi perdere le altre dimensioni e accontentiamoci di fare un salto nel passato, torniamo indietro nel tempo per tirare fuori i vecchi giocattoli dalla soffitta, e poi... just push play (o, ancor meglio, giù la puntina del giradischi).

Il balzo è di quelli lunghi, dal 1975 a oggi sono ormai passati quarantadue anni ed è impressionante (ri)scoprire come Toys in the attic, terzo album della band di Boston, abbia ancora oggi il sapore di una bella boccata d'aria fresca. Il mondo era diverso all'epoca, il rock era diverso, più giovane se vogliamo, meno eroso dal passar del tempo anche se già ben delineato per quel che riguarda il suo versante più classico. Steven Tayler (voce), Joe Perry (chitarra), Brad Withford (chitarra), Joey Kramer (batteria) e Tom Hamilton (basso) non erano degli innovatori (non lo sono mai stati), onesti e appassionati artigiani del rock, solo in seguito vere rockstar, aspettavano ancora il grande salto che era lì lì per manifestarsi, erano a un passo dal successo planetario che arrise alla band per ben due volte, degni esempi del modello americanissimo di ascesa, caduta e risalita.

Per delineare la caratura dell'album basti pensare all'uscita del primo singolo, quella Sweet Emotion che veniva pubblicata lo stesso giorno in cui chi scrive veniva alla luce, non solo per questo brano da me personalmente molto apprezzato. L'uso del talk box di Perry unito alla linea di basso di Hamilton (autore del brano insieme a Tyler) rendono l'intro del brano indimenticabile e immediatamente riconoscibile andando a siglare un piccolo pezzo di storia dell'hard rock più apprezzato dalle masse. Non anticipano, non inventano nulla gli Aerosmith, arrivano dopo nomi grandissimi, Zeppelin, Stones in primis ma chissà quanti altri, eppure incantano con un rock energico, sanguigno, immediato e melodico, dirompente come la title track dell'album, un pezzo di puro hard rock, impossibile classificarlo diversamente. Come ripete più volte lo stesso Joe Perry "in fondo le cose semplici sono spesso le più riuscite", così, senza fronzoli e orpelli, gli Aerosmith mettono sul piatto di milioni di americani un attacco fulminante e i cinque ragazzi di Boston si ritagliano la loro nicchia nella storia del rock (Toys in the attic rimarrà il loro maggior successo di sempre). Con l'eccezione di Joey Kramer, gli altri componenti del gruppo, Perry e Tyler in testa, contribuiscono tutti alla stesura dei pezzi connotando l'album di una forte carica sensuale con liriche che non sono nemmeno tra le più banali del vasto carrozzone del rock, i brani che si susseguono hanno tutti la loro giusta funzione all'interno di un album che si rivela buono come il classico maiale di cui non si butta via niente, nemmeno un pezzo, un maiale con una mela rossa infilata in bocca, la mela del peccato originale.

Impossibile non accennare a Walk this way, altro brano apprezzatissimo dal pubblico quanto importante per la band, ottimo successo nei 70 e motore della loro rinascita negli 80 dopo i vari disastri combinati dai Toxic Twins Tyler & Perry, grazie alla nuova incisione del brano insieme alle icone del rap di quegli anni: i Run DMC. Il pezzo presenta quello che è uno dei riff più famosi di tutti i tempi e un attacco di batteria riconoscibile fin dalla prima battuta, altro pezzo di storia. La band ha carattere, il loro sound si riversa in maniera armonica anche nella cover di Big Ten Inch Record, pezzo di matrice blues registrato nel '52 da Bull Moose Jackson, reso splendidamente in maniera sexy e accattivante dai cinque bostoniani. Toni più tesi e duri in chiusura di album con una poco conosciuta Round and round stemperati poi nella comunque energica ballad finale (You see me crying). Ancora oggi, a quasi quarantacinque anni dal loro debutto, sono ancora questi gli Aerosmith che ci piace ricordare e soprattutto riascoltare.


Toys in the attic, 1975 - Columbia

Steven Tyler: voce, armonica, percussioni, piano
Joe Perry: chitarra solista, talkbox
Tom Hamilton: basso
Joey Kramer: batteria, percussioni
Brad Whitford: chitarra ritmica e solista

Tracklist:
01 Toys in the attic
02 Uncle Salty
03 Adam's apple
04 Walk this way
05 Big Ten Inch record
06 Sweet emotion
07 No more no more
08 Round and round
09 You see me crying

mercoledì 7 giugno 2017

LA CONVERSAZIONE

(The conversation di Francis Ford Coppola, 1974)

C'è una bellissima sequenza iniziale sui titoli di testa di questo film di Coppola, una panoramica dall'alto di una piazza di San Francisco circondata dal verde (Union Square), la folla, un mimo che cerca di guadagnarsi da vivere, la musica inframezzata da suoni indecifrabili, incatalogabili, quasi alieni. Disturbi. L'occhio dello spettatore, quello della camera, scende progressivamente verso l'asfalto, la gente passeggia, il mimo cazzeggia. Rumori, cani. Si stringe sul mimo che inconsapevole si avvicina a Harry Caul (Gene Hackman) protagonista del film, il mimo lo lascia, la camera lo segue, è lui l'artefice indiretto di tutti quegli strani suoni che si odono, il massimo esperto d'intercettazioni in un'America post Watergate paranoica fino al parossismo. Tra la folla una coppia, giovani amanti osservati a vista, spiati, occhi, microfoni direzionali, sistemi d'amplificazione, un furgone per la registrazione, auricolari. Quattro uomini al lavoro, stralci di conversazione, l'impiego di forze e tecnologia allora all'avanguardia lascia pensare a un grande complotto politico, ma forse è soltanto la paranoia o sono i primi assaggi di un voyerismo di futura diffusione? Per Harry è solo lavoro, né più, né meno.

Con in mente i numi tutelari Hitchcock e Antonioni, rispettivamente per quel che riguarda l'impianto giallo anticonvenzionale e per il rapporto dello stesso con la tecnologia, Coppola ci presenta un paese impaurito, paranoico, che attraversa un momento non facile, impressione confermata anche dalla fotografia che restituisce una San Francisco lontana dall'essere una metropoli scintillante, e lo fa concentrando tutto il possibile nella figura di Harry Caul, un uomo che si porta un trauma grosso sulle spalle, una perdita dell'innocenza, forse l'ennesima se rapportata a quella di un paese messo in ginocchio dalle malefatte del suo Presidente, una perdita di fiducia e un enorme senso di colpa.

Questi drammi si traducono nella vita privata di Caul in una sola parola: solitudine. A nulla servono le fugaci compagnie femminili, i convegni, le festicciole improvvisate con quelli che sono colleghi e non amici. Ciò che resta al calar del sole è solo solitudine. E paranoia, strisciante, impalpabile, un pericolo che si annida ovunque: alle spalle, sotto la tappezzeria, nelle intercapedini dei muri, sotto le assi di un pavimento di legno, nel passato, nel senso di colpa incancellabile. Solitudine e un sax.


L'intreccio giallo passa in secondo piano davanti alla messa in scena di un personaggio magnifico interpretato da un Gene Hackman inappuntabile, perfetto, qui supportato dal bel volto di John Cazale e da un giovanissimo e infido Harrison Ford. Coppola è bravissimo a rendere al meglio un'atmosfera pesante dove sembra aleggiare quasi una presenza incorporea sulle sorti della coppia d'amanti e sulla sanità mentale dello stesso Harry, a poco valgono le brevi sequenze oniriche nel rafforzare un sentimento di per sé espresso già benissimo nelle scene "canoniche".

Ma il giallo ha una sua funzione, ci spiazza, ci riporta ancora e ancora sugli stessi elementi, su quegli stralci di conversazione, a quel pomeriggio di sole a San Francisco nella piazza di Union Square. Si ascolta, si riascolta, si ricostruisce. Percezione. Inganno. Tutto si traduce in una discesa agli inferi veicolata da una paranoia senza misure, accompagnata dalla musica, fino al suo stadio terminale.

La conversazione è Cinema maiuscolo, d'altri tempi come oggi si fatica a fare. Palma d'oro a Cannes, candidato all'Oscar come miglior film, si arrese solo davanti a Il padrino parte II, neanche a dirlo dello stesso Francis Ford Coppola quell'anno in totale stato di grazia.

lunedì 5 giugno 2017

VISIONI 63 - ELISABETTA STOINICH

Per il suo undicesimo compleanno, tra le altre cose, Laura ha ricevuto un bel libro dal titolo Storie della buonanotte per bambine ribelli - 100 vite di donne straordinarie nel quale, come è facile intuire dal titolo del libro stesso, vengono riassunte in'unica pagina le imprese di donne celebri e meno celebri ma tutte degne d'essere ricordate. Il grande valore aggiunto del libro è quello di presentare a corredo delle storie tantissime belle illustrazioni di artiste diverse, potrebbero essere queste lo spunto per presentare il lavoro di ottime illustratrici e di ravvivare la rubrica Visioni che latitava da queste parti da troppo tempo.

Iniziamo dalla prima di queste illustratrici, Elisabetta Stoinich, disegnatrice che ha spaziato in diversi campi a partire dalle illustrazioni per libri per ragazzi (ma non solo), occupandosi sia di copertine che di interni, di pubblicità, testi scolastici e videogames. Anche nelle tecniche di realizzazione dei suoi lavori la Stoinich non si pone troppi limiti, vediamo qualcosa:


Ada Lovelace Portrait



Ada Lovelace Portrait






Heathcliff - Wuthering Heights



Edgar Allan Poe

giovedì 1 giugno 2017

GUARDIANI DELLA GALASSIA VOL. 2

(Guardians of the galaxy Vol. 2 di James Gunn, 2017)

Apoteosi della pop-culture, dei valori familiari declinati in tutte le forme possibili, dettati dal cuore più che dalla carne o dal sangue, strapotere ai cazzari, ai reietti, ai respinti, vittoria della costruzione a tavolino del successo planetario (per rimanere in tema), tripudio visivo dell'era digitale ormai integrata perfettamente all'umano e festa dello storytelling, per una volta davvero per tutti (o quasi). Difficile credere che si possa uscire delusi dalla visione del secondo volume dedicato alle gesta dei Guardiani, cinema d'intrattenimento che non veicola contenuti altissimi ma che spinge tanti tasti, e sono tutti quelli giusti. Diverte, commuove, funziona soprattutto grazie a una carica fortemente demenziale, i Guardiani non sono un gruppo di supereroi, sono un gruppo di amici che si divertono a fare i cazzari, di tanto in tanto salvano il mondo, ma più che altro sono una famiglia, un po' scombinata ma vera. Sotto una coltre di bisticci, scherzi, insulti nei Guardiani tutti amano tutti, questo è l'unico collante che tiene insieme un mezzo terrestre autonominatosi lo Star-Lord, una combattente molto pericolosa (Gamora), un procione (ma non diteglielo) geneticamente modificato (Rocket), un baby albero formato bonsai (Groot) e un energumeno violento e demente (Drax). Il cast si allarga con nuovi potenziali membri, Mantis, disarmante nella sua innocenza, Nebula, sorella incazzata di Gamora, e Yondu qui figura cardine e protagonista di una delle sequenze più tamarre del film.


Spunta fuori dal nulla il padre di Peter Quill (Chris Pratt), figura che ha sempre mantenuto aperto una sorta di buco nero nell'anima dello Star Lord, ex bambino che guardava le stelle con la consapevolezza che il proprio padre era là, da qualche parte in giro nello spazio, un'assenza così forte e dolorosa da spingere Peter ad adottare nelle sue fantasie David Hasselhoff come figura paterna (e abbiamo detto tutto). Il padre in questione è nientemeno che Ego (Kurt Russell), il pianeta vivente, alla ricerca del figlio perduto, un figlio che ha la stessa potenzialità del padre di plasmare energia e realtà, un'unione che nella mente di Ego ha poco di paterno e molto di folle piano per asservire mondi. Nella roulette dei sentimenti torna prepotente la valenza altissima di una figura materna persa in tenera età e quella finora sottovalutata di un padre putativo, Yondu (Michael Rooker), ripudiato dalla sua gente a causa di quel bambino, tradito, solo, e che scopriamo essere stato mosso sempre dall'amore. I legami sono tutto in questo Guardiani Vol. 2, quello di amore/odio tra due sorelle, una delle quali più dell'altra porta i segni di una figura paterna sbagliata e indicibile, anche l'assenza di legami può pesare per chi nel suo albero genealogico annovera solamente provette da laboratorio, allora un manipolo di disadattati diventa facilmente tutto e tutti facilmente diventano figure genitoriali per un alberello in crescita che ancora non ha imparato a parlare (e mai lo farà, dice solo Io sono Groot), un essere che ha comportamenti, movenze e tenerezza tipiche di un bambino. C'è chi ha perso tutto e nel profondo, senza darlo mai a vedere, soffre terribilmente. Non parliamo poi del "non detto". È un film di sentimenti, spesso commovente, sempre divertente e ormai sembra davvero che in casa Marvel sia diventato difficile sbagliare un film.


Cast affiatatissimo, i vari elementi sono interconnessi alla perfezione e tutto l'ingranaggio è oliato da una colonna sonora, l'Awesome Mix Vol. 2, che è a tutti gli effetti una grande coprotagonista del film, capace di far diventare Cat Stevens uno degli artefici, tra i tanti, della buona riuscita del film stesso. Sui titoli di chiusura, inframmezzati da diverse scene finali, spiace quasi uscire dalla sala, ma tranquilli, veniamo subito rincuorati, i Guardiani torneranno prossimamente.

domenica 28 maggio 2017

I BANCHETTI DEI VEDOVI NERI

(Banquets of the Black Widowers di Isaac Asimov, 1984)

È un Isaac Asimov in libera uscita quello dedito a raccontare le "gesta" dei Vedovi Neri, lontano dalla fantascienza e sinceramente divertito, uno scrittore che riversa tutta la sua passione per il racconto giallo in una serie di piccoli e curiosi enigmi tutti da discutere e risolvere comodamente seduti a tavola, durante gli incontri dei Vedovi Neri che altri non sono se non i sei membri (o meglio i sette membri se vogliamo essere più precisi) di un esclusivo club di New York che ha sede al ristorante Milano.

Sei individui modellati sui caratteri di altrettanti scrittori con ogni probabilità ammirati dallo stesso Asimov: troviamo quindi l'avvocato Geoffrey Avalon (basato su L. Sprague De Camp), il disegnatore Mario Gonzalo (Lin Carter), il chimico James Drake (Dr. John D. Clark), lo scrittore di novelle gialle Emmanuel Rubin (Lester del Rey), il funzionario del Governo degli Stati Uniti Thomas Trumbull (Gilbert Cant) e l'insegnante di matematica Roger Halsted (Don Bensen). A completare il quadro lo sveglissimo cameriere Henry Jackson, membro effettivo del club e unico personaggio a non essere ispirato a uno scrittore bensì a un'altra creatura di pura fantasia: il maggiordomo Jeeves uscito dalla penna di P. G. Wodehouse.

Il club è un ritrovo formale, ha le sue regole e le sue tradizioni (che non mancano di tanto in tanto d'esser sovvertite): nessuna donna è ammessa ai banchetti dei Vedovi, uno dei sei membri a turno prende il ruolo di anfitrione portando un ospite nel club. Il suddetto ospite, solitamente depositario di un enigma da risolvere, è tenuto a sottoporsi a un interrogatorio moderato da uno dei Vedovi stessi e a rispondere sinceramente a qualsiasi tipo di domanda. Con la prima domanda l'ospite viene sistematicamente invitato a giustificare la sua stessa esistenza, poi, dopo il racconto del problema da risolvere, i Vedovi si adopereranno per aiutare l'ospite della serata con deduzioni, ipotesi e con le loro peculiari competenze. Immancabilmente l'enigma verrà risolto dal cameriere Henry, la mente più intuitiva e brillante del gruppo.

Quella dei Vedovi Neri è una serie di racconti pubblicati quasi tutti in prima battuta sull'Ellery Queen Mystery Magazine e poi raccolti da Asimov, arricchiti di qualche inedito, in una serie di libri dei quali questo è il quarto di sei. Non ci sono delitti ma solo piccoli e grandi enigmi dei generi più disparati: equazioni matematiche rubate, indirizzi smarriti, casi di spionaggio, piccoli problemi di cuore, sospetti di stregoneria e avanti di questo passo. Ogni singolo episodio è slegato dagli altri, non c'è un ordine di lettura consigliato, il tutto rientra nel campo del piacevole divertissement, da parte dell'autore certamente, ma anche per il lettore appassionato di narrativa gialla.

Con tutta probabilità non è questa la miglior produzione di Asimov, indubbiamente gli enigmi dei Vedovi Neri rimangono però un'ottima lettura da affrontare in treno, durante brevi viaggi, sotto l'ombrellone e nei piacevoli momenti di relax. In fondo non è poco, non di soli capolavori vive l'uomo.

mercoledì 24 maggio 2017

DISNEYLAND PARIS: UN AGGIORNAMENTO

Di questi tempi sono sempre più lontano dal blog, un po' per le nove ore di lavoro quotidiano (minimo) più spostamenti, un po' per la stanchezza ormai cronica, un poco perché mi sto dedicando anche ad altro. Quest'ultima settimana però sono stato assente per un motivo molto più piacevole: in occasione dei 15 anni di matrimonio con mia moglie Paola, e come promesso cinque anni fa a mia figlia Laura, siamo tornati tutti a Disneyland Paris, aggiungendo anche una visita di tre giorni a Parigi.

Cinque anni fa, in occasione del nostro primo viaggio nella città ideale immaginata da Walt Disney, scrissi una breve guida per chi avesse avuto alcune curiosità o bisogno di consigli in previsione di una scappata in quel di Francia. La guida è tuttora valida, qui troverete qualche aggiornamento, qualche impressione cinque anni dopo e magari qualche utile osservazione. La guida originaria la trovate cliccando qui, il consiglio è quello di leggere prima i post di cinque anni fa e poi tornare qui se siete interessati.

Iniziamo col dire che la magia del luogo è rimasta intatta, la meraviglia della prima volta però non ha eguali, conoscendo già il posto si continua ad amarlo, ci si diverte, ci si sente anche a casa volendo, però l'esperienza del primo viaggio, quello della scoperta, rimane irraggiungibile.

Il TGV rimane secondo me l'opzione migliore, almeno da Torino: viaggio inferiore alle sei ore, niente spostamenti verso e dagli aeroporti, viaggio comodo, piacevole e, cosa molto importante almeno per me, rimane viva l'esperienza del viaggio che non diventa un semplice spostamento. In più tenete il culo per terra, cosa da non sottovalutare, volete mettere? Prenotando in anticipo si trovano anche offerte molto convenienti. Dalla Gare de Lyon dove arriva il TGV si prende poi la RER (una metro suburbana) semplicemente spostandosi al piano di sotto della stazione. Una mezz'ora e siete davanti al parco. Biglietti per due adulti e un bambino (sotto i 10 anni) circa 19 euro totali.

TGV, comodo anche per dormire

Consiglio: sfruttate gli anni delle celebrazioni se potete, quest'anno Disneyland Paris compie 25 anni, cinque anni fa ne compiva 20. In queste occasioni ci sono diversi sconti sui soggiorni delle strutture alberghiere del complesso del parco, sono molto convenienti, l'unico problema è che vanno esaurite in fretta. Sbrigatevi! Noi quest'anno alloggiavamo al Sequoia Lodge, una categoria superiore rispetto al Cheyenne nel quale alloggiammo cinque anni fa. Indubbiamente molto bello, più scenografico nella hall, nel verde che circondava l'hotel, ma se dovete risparmiare tenete conto che non c'è una grossa differenza con l'hotel della categoria inferiore, le strutture del complesso Disney sono comunque tutte molto carine, anzi forse il Cheyenne era anche più caratteristico, almeno per me che amo il western, al Sequoia invece il tema era quello dei grandi parchi americani in stile Yoghi e Bubu, personale abbigliato come il Ranger Smith e via discorrendo. Certo, al Sequoia c'è la piscina, ma mica andate a Disneyland per andare in piscina, quindi...

Ingresso al Sequoia

Confermo che Maggio è un ottimo periodo, bel tempo, anche se piove (ed è piovuto) difficilmente la pioggia dura molto, il parco non è sovraffollato, poche code e se soggiornate in uno degli hotel del complesso avete due ore in più per visitare il parco (dalle 08.00 alle 10.00) senza il pubblico che viene da fuori.

Confermo anche le difficoltà nel trovare buon cibo a prezzi ragionevoli, rassegnatevi a spendere molto o a ripiegare su fast food, panini, etc...

Per il resto valgono le osservazioni fatte cinque anni fa. Vediamo ora qualche novità.

Main Street è rimasta più o meno la stessa, questa volta ho potuto constatare che esiste realmente un barbiere che staziona al Dappen Dan's Hair Cut e che la parata è stata anticipata alle 17.30. Purtroppo ha molto meno fascino di quella che andava in scena cinque anni or sono, la musica è meno coinvolgente, ci sono meno carri, è un po' più contenuta.

Indiana Jones
La sezione di Fantasyland è rimasta più o meno invariata, potrà capitare magari di incontrare le nuove principesse venute fuori nei cartoni animati degli ultimi anni ma le attrazioni sono rimaste sostanzialmente le stesse. Lo spettacolo che si tiene alle 22.30 sulle pareti del castello della Bella Addormentata è invece ancor più mozzafiato di quello di cinque anni fa, un tripudio di suoni, colori ed emozioni, imperdibile e inimitabile. Non oso immaginare quanto spendano ogni giorno per realizzarlo (ma nemmeno quanto incassino ogni giorno dalle visite).

Anche Frontierland è rimasta la stessa, qualche novità, almeno per noi, in Adventureland. Purtroppo quest'anno è in manutenzione Pirati dei Caraibi, una delle attrazioni migliori di quest'area, di contro siamo riusciti a fare Indiana Jones e il Tempio del Pericolo, montagne russe che non eravamo riusciti a provare cinque anni fa. Nulla di particolarmente esagerato ma molto, molto divertente, ben calibrato, veloce, mai eccessivo, ottimo da fare con i bimbi (se non sono troppo fifoni).


In Discoveryland è sparita la giostra di Capitan EO ispirata a Michael Jackson, scelta probabilmente dovuta alla scomparsa dell'artista, si è puntato invece molto sul cinema 3D dedicato a Star Wars, lo Star Tours, esperienza divertentissima che ora offre addirittura diciassette esperienze di viaggio diverse implementate con i nuovi personaggi della saga cinematografica. Noi ne abbiamo provate tre.

Passiamo ai Walt Disney Studio, l'altro parco di Disneyland Paris. Qui per la seconda volta abbiamo trovato chiusa l'attrazione Armageddon e in più quest'anno era chiusa anche la sezione CinéMagique, sempre un po' fiacco l'Art of Disney Animation che andrebbe un po' svecchiato, bello invece il nuovo spettacolo che si tiene nel teatro dell'Animagique con Topolino alle prese con la magia.

Abbiamo inoltre provato i paracaduti ispirati ai soldatini di Toy Story, una versione (molto) in piccolo della Tower of Terror che invece abbiamo saltato anche questa volta.


La vera novità è stata però l'attrazione dedicata a Ratatouille: entrate in un vagoncino a forma di topo in un mondo che ricrea ad arte le ambientazioni e le dimensioni del film, tutto è gigante e voi siete il topo, un misto tra grandi ricostruzioni ed emozioni in 3D, non ci si muove moltissimo ma l'impressione è esattamente l'opposto, davvero di grande impatto visivo e molto molto divertente, cosa che ci ha spinti a fare due volte la giostra nonostante un po' di coda dovuta alla novità.

E questo è quanto, il prossimo aggiornamento magari tra altri cinque anni.

Ricostruzione del mondo Ratatouille

Dai un'occhiata anche a...

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...